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"La giustizia è Cosa Nostra"

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di Giuseppe D'Avanzo e Attilio Bolzoni

 

La Repubblica, 7 gennaio 2019

 

Inchieste insabbiate e giudici corrotti: l'edizione aggiornata del saggio scritto negli anni Novanta. Ci eravamo lasciati molti anni fa con una mafia che sparava, metteva bombe. E che aveva garanzia di un'impunità che sembrava eterna, erano tutti sempre innocenti e sempre liberi. Per grazia ricevuta da una magistratura a volte complice e altre volte semplicemente sbadata, per lungo tempo ai mafiosi ha assicurato conservazione e potere.

A noi giovani cronisti, che raccontavamo i morti per le strade o annotavamo sui taccuini lo svolgimento dei dibattimenti che si concludevano sempre con la stessa sentenza - assolti, assolti per insufficienza di prove, era diventato oramai familiare un glossario della giustizia che faceva paura. Scrivevamo di giudici "avvicinati" e di avvocati "di controllo" o "di corridoio", di processi "buttati in nullità", di presidenti di Corte o di Tribunale "parlati", di verdetti comprati e venduti, ergastoli cancellati, perizie mediche falsificate, testimoni intimiditi, lunghissime istruttorie pilotate verso il niente. Così, qualche anno più tardi - nel 1995 - non è stato difficile trovare un titolo per il nostro libro: "La giustizia è Cosa Nostra".

Con Peppe, il mio amico Giuseppe D'Avanzo, l'avevamo scelto quando la prima parte - quella sul povero capitano Basile - era stata solo parzialmente chiusa e mancavano ancora da rivedere i capitoli sugli ultimi "aggiustamenti" dell'interminabile e vergognoso processo sull'uccisione dell'ufficiale dei carabinieri. Ogni mattina iniziavamo un nuovo paragrafo, novanta o cento righe scritte di getto e poi all'improvviso ci fermavamo, increduli di ciò che stavamo leggendo su qualche documento recuperato dal nostro archivio.

Atti ufficiali, come quello sulle motivazioni della prima Corte di Assise di Palermo che giudicò non colpevoli i tre sicari - tutti rampolli di importanti "famiglie" di Cosa Nostra - del capitano. Una lettura da brivido: "Paradossalmente bisogna concludere, quindi, che meno problematico, se non addirittura certo, sarebbe stato il convincimento della Corte in presenza di un più ristretto numero di indizi...". Ma mese dopo mese, studiando la storia di grandi e piccoli processi di mafia, ci siamo accorti che alcune decisioni della magistratura siciliana non erano per nulla casuali e che Cosa Nostra aveva potuto contare per decenni sulla "benevolenza" di molte toghe.

Il processo Basile con tutte le sue tortuosità ci aveva permesso di "entrare" nel mondo della giustizia "aggiustata" e salire, inchiesta dopo inchiesta e dibattimento dopo dibattimento, sino alla Suprema Corte. Il mio amico Peppe, con il suo talento aveva già raccontato su Repubblica - il nostro giornale - le gesta di quella "leggenda in ermellino" che era diventato negli anni 80 Corrado Carnevale, il presidente della prima sezione penale della Cassazione noto ai tempi come "l'Ammazzasentenze".

Molte delle pagine di questo libro come avete letto sono state dedicate a Sua Eccellenza, il giudice Corrado Carnevale. Al di là delle conclusioni della sua vicenda giudiziaria - assolto in Cassazione "perché il fatto non sussiste" dopo una condanna per concorso in associazione mafiosa in Appello che ribaltava il verdetto di primo grado - il giudice fu al centro di uno dei più grandi scandali dove è sprofondata la magistratura italiana. Un'assoluzione definitiva che non cancella però i fatti narrati in questo libro, le sue sentenze, il risentimento incontenibile verso Falcone e Borsellino che erano già stati uccisi. Avevamo scritto su di lui, nel 1995: "Prende fuoco... erutta turpiloquio".

Dopo tanto tempo ho maturato la convinzione che la sentenza più severa contro Carnevale l'abbia emessa lui stesso. Ci eravamo lasciati molti anni fa con quelle bombe e quelle figure picaresche e ci ritroviamo oggi in un'Italia più felpata, silenziosa, docile. Sappiamo bene che nulla tornerà mai più come prima. Negli anni del sangue mafioso è nata nel nostro Paese una nuova generazione di magistrati, ma oggi quell' "ansia di giustizia" sembra venuta meno, la nostra società è cambiata, la magistratura è cambiata rispetto quegli anni 90.

Questi sono i ragionamenti che ci hanno spinto a ripubblicare La giustizia è Cosa Nostra dopo quasi un quarto di secolo. Devo ringraziare i magistrati che con affetto ci hanno consegnato una loro riflessione sul libro, alcuni l'hanno già letto 23 anni fa e altri per la prima volta negli scorsi mesi. Molti di loro sono vecchi compagni di ventura, almeno così io li considero per la tanta strada che abbiamo fatto insieme a Palermo.

Il "fuori registro" che avete trovato con le loro firme e il loro sapere è un piccolo tesoro, una sorta di guida alla lettura. Vorrei concludere con il mio amico Peppe. Mi manca, mi manca tanto. Anche come giornalista. Quali infinite discussioni avremmo avuto oggi su questa post-fazione del nostro libro, scritto nelle prime ore del mattino con in sottofondo il rock duro dell'algerino Khaled e con la caffettiera fumante sempre sulla scrivania?

Quali tante altre dispute ci sarebbero state su un aggettivo in più o in meno su questo o quell'altro personaggio, su un capitolo da anticipare o da collocare altrove nel libro che avremmo ancora voluto scrivere, su chi avrebbe dovuto stendere una piccola parte di racconto e su chi lo avrebbe dovuto rivedere? Ma, soprattutto, cosa avrebbe detto Peppe su questa magistratura italiana che forse non sa più vedere sino in fondo?

 

 

 

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