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"Il figlio del boss", la storia vera di Paquale Mauri

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di Candida Morvillo

 

Corriere della Sera, 4 febbraio 2019

 

Dall'infanzia pericolosa nel Napoletano alla ricerca della madre. Il racconto nel suo libro. Il giorno del 2004 in cui un sicario ha ucciso suo padre in un bar, Pasquale Mauri era a pochi metri. Avevano appena fatto pace dopo l'ennesima, furiosa, lite. "Anche se "fatto pace" è esagerato: in verità, non ci siamo mai capiti", racconta lui al Corriere, provando a spiegare cosa significa essere una persona perbene e insieme il figlio di un boss e non di uno qualunque. Vincenzo Mauri, detto "Vincenzo Settevite", è stato il padrone di Sant'Anastasia, vicino Napoli, ed è stato "celebre" per affari di traffico di droga, usura, slot machine e appalti edili, e perché era considerato immortale, sopravvissuto ad agguati di cui nessuno ha saputo tenere il conto. Ricorda Pasquale: "Per dirne uno: in Perù, una pallottola gli aveva traforato il cranio da parte a parte. Operato prima lì, poi a Napoli, si narra che gli si era spappolato mezzo emisfero destro. Erano sicuri o la morte o danni permanenti, invece, si svegliò e guarì".

Ora, Pasquale, 38 anni, ha messo la sua storia in un libro, "Il figlio del boss. Una storia vera", edito da Cairo, scritto con la giornalista Graziella Durante: "L'ho fatto perché spero che tanti con una situazione come la mia capiscano che hanno delle vie d'uscita. L'ho scritto per raccontare ai miei figli, di 12 e 14 anni, chi è il padre e chi era il nonno". I suoi anni dell'innocenza sono stati pochi: "Alle elementari, la maestra ci diede un tema sulle città visitate. Io scrissi di Rebibbia, uno dei posti dove andavo a colloquio da papà, senza capire che erano carceri", ricorda, "per me, Rebibbia era il nome di una città". Poi, piano piano, iniziò a capire che lo scuolabus lo caricava per ultimo e lo scaricava per primo per "rispetto" e per paura: per limitare i rischi che fosse ucciso in una vendetta trasversale. "Non sono mai stato invitato a una festa di compagni di classe: la gente perbene mi evitava, temevano di finire in una sparatoria, ma io che ne sapevo? Per me erano cattiverie". Cresciuto dalla nonna, gli era stato detto che la madre era morta, ma quando ha 7 anni, la donna gli confessa che la mamma è viva, anche se lei non sa dov'è. "Da quel momento, sono stato ossessionato dalle domande", racconta, "perché se n'è andata? Perché mi ha lasciato in un inferno di silenzi, urla, minacce e con una sola lezione da imparare: non devi parlare. Mi chiedevo anche: perché stare zitto? Che sapevo che non avrei dovuto dire? Ma qualunque cosa era meglio che non la sapessi. Una volta guidavo e papà pretendeva di dirmi la strada. Mi arrabbio, chiedo perché e risponde che, se no, veniamo sparati. Scesi dalla macchina e lo lasciai là".

A 13 anni, Pasquale aveva rubato le chiavi di un appartamento misterioso, scoprendo che era stato abitato da sua madre: "Trovai delle lettere spedite da Manchester: scoprii che mamma era di là, che mio padre la picchiava, la teneva segregata, che i parenti di lei la imploravano di scappare col bimbo. Per anni, mi sono chiesto perché era partita senza di me. Poi, seppi da una zia che lei voleva rapirmi, ma papà la scoprì e la mise a forza su un aereo, da sola". Questo è, forse, il momento in cui ce n'è abbastanza perché Pasquale decida di non voler diventare come lui. Si è messo a cercare la mamma solo quando il padre è morto perché, da vivo, lui gliel'avrebbe impedito. "A Manchester, quando finalmente ho rintracciato dei parenti, ho dovuto passare l'esame di una sfilza di zii: temevano che volessi uccidere mamma. Ci hanno messo tre mesi a portarmi da lei". La sessantenne Sharon Benson è un'apparizione: alta, bionda, occhi azzurri, eterea. La voce di Pasquale s'incrina. Quella che ritrova è anche una donna traumatizzata, che fa vita ritirata a San Francisco e, dopo qualche mese, gli chiede di non cercarla più, perché "non sa come si fa la madre". Lui non si rassegna: "Mando mail, la chiamo, ma niente. Vorrei sapere come sta. Vorrei solo dirle che, quando pensavi di aver risolto tutto, l'abbandono fa più male". Per il resto, ha dato in beneficenza i soldi ereditati dal padre, ha avviato due negozi di abbigliamento. Dipinge con un certo successo. È felice? "Io ai miei figli posso spiegare che non c'è soddisfazione se non ti sei sudato quello che hai. Che si campa pure della soddisfazione di aver camminato sempre diritto".

 

 

 

 

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