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"Il diritto alla difesa e le libertà personali sono a rischio"

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di Andrea Carugati

 

La Stampa, 25 settembre 2018

 

Intervista a Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta. "Speriamo che il Parlamento corregga le criticità". "Non c'è dubbio che nel decreto Salvini vi siano alcuni elementi critici sotto il profilo della costituzionalità. Mi riferisco in particolare agli articoli 13 e 24 della Carta, che disciplinano il diritto alla difesa e la limitazione delle libertà personali", spiega Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale.

"Uno dei punti critici è l'obbligo di lasciare il territorio nazionale per il richiedente asilo che viene condannato in primo grado per alcuni reati".

 

Questo tipo di espulsione rischia di essere irregolare?

"Il problema non è la stretta sui requisiti per poter fare domanda e ottenere la protezione, ma l'espulsione di chi sta affrontando un processo e ha subito una condanna in primo grado. Questa norma lede il diritto alla difesa e dunque l'articolo 24 della Costituzione. Ci sono già state delle sentenze della Consulta su casi di espulsione di stranieri che avevano un processo in corso in Italia e ha sempre prevalso il diritto della persona a potersi difendere nel processo. Semmai, in questi casi, si possono attivare modalità di controllo come l'obbligo di soggiorno o di firma".

 

Tra i reati per i quali decadrà la domanda di protezione ce ne sono di molto gravi ma anche alcuni cosiddetti minori.

"Questa lista di reati è oggetto di una valutazione politica da parte del legislatore. Ma il diritto alla difesa vale in qualsiasi tipo di procedimento giudiziario".

 

Il decreto prevede il trattenimento di stranieri "da espellere" anche in strutture di pubblica sicurezza oltre che nei Centri per il rimpatrio. Si tratta di una norma costituzionale?

"Bisogna valutare la norma alla luce dell'articolo 13. Il problema non è tanto l'allungamento dei tempi da 90 a 180 giorni, ma il tipo di luoghi scelti e il livello di restrizione della libertà. La Carta non prevede forme di detenzione senza un provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria e questo naturalmente vale anche per i cittadini stranieri: il decreto modifica in parte la norma, allarga i luoghi di trattenimento anche a strutture di pubblica sicurezza e questo rende ancora più necessario l'intervento del giudice".

 

Vede rischi di tipo interpretativo?

"Il trattenimento degli stranieri in attesa di espulsione non può essere gestito solo dalle forze di polizia senza alcun controllo della magistratura. Un conto è l'accompagnamento alla frontiera, altro è tenere una persona reclusa fino a sei mesi, magari senza possibilità di contatti con l'esterno. Siamo su un crinale molto sottile".

 

La revoca della cittadinanza per i condannati per terrorismo rischia di creare cittadini di "serie B"?

"Non mi pare ci siano problemi. La cittadinanza in questo caso viene concessa e poi revocata di fronte a una condanna per un reato che mette a rischio la sicurezza nazionale".

 

Nel complesso che giudizio dà del decreto?

"Ci sono senza dubbio alcune criticità, auspico che il Parlamento possa correggerle durante la conversione in legge del decreto".

 

 

 

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