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"Così l'Onu torna in Libia.. e questa volta ci resteremo"

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di Paolo Valentino

 

Corriere della Sera, 1 maggio 2017

 

Amin Awad, direttore d'area Unhcr: stop ai trafficanti. Quella annunciata dal segretario generale in Libia è una missione umanitaria, inizialmente limitata a tre mesi, nella quale saranno coinvolte le diverse agenzie dell'Onu, fra cui noi dell'Unhcr. Siamo usciti dalla Libia nel 2014 a causa del grave peggioramento della situazione. Negli ultimi mesi ci sono state brevi missioni di pochi giorni. Ora è tempo di tornare, di stabilire nuovamente una presenza significativa e permanente. Ci vorranno appunto da due a tre mesi perché tutto sia a regime: sicurezza, logistica, personale. Al termine di questo periodo faremo una verifica, ma l'obiettivo è tornare per restarci".

 

Amin Awad è il direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa dell'Unhcr, l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. Quante persone avrete impegnate sul campo?
"All'inizio lo staff internazionale per tutte le agenzie umanitarie sarà tra 20 e 30 persone, ma avremo anche uno staff locale, che ha già lavorato con noi in passato e con loro possiamo arrivare fino a 120 persone".

 

Come intendete muovervi?
"Oltre a Tripoli, abbiamo in programma di aprire field office a Bengasi, Tobruk e nel Sud. Noi lavoreremo con tutte le autorità, sia quelle riconosciute internazionalmente sia le altre. Vogliamo stabilire una presenza anche nei centri di detenzione, dove sono trattenuti i migranti, migliorando l'assistenza e cercando soluzioni alternative più rispettose dei diritti umani. Dobbiamo anche impegnarci con le autorità locali, specialmente la Guardia costiera, la Marina, le strutture costiere e i porti. Vogliamo aiutare il governo libico ad assolvere i propri compiti, in primo luogo migliorandone la capacità di processare i migranti. Ma occorre anche estendere l'autorità statale, rafforzare le istituzioni emergenti e ripristinare i servizi pubblici. C'è poi da affrontare il problema dei libici sfollati, di cui nessuno parla ma che sono decine di migliaia".

 

Quali notizie avete dal territorio e quali sono i rischi maggiori della missione?
"Intanto c'è un problema di sicurezza. Molte zone sono fuori controllo, gli scontri tra fazioni sono all'ordine del giorno. Quello dell'ordine pubblico è il pericolo più grave. Dovremo avere compound ben protetti e disporre di veicoli blindati per il nostro personale".

 

Cosa sapete dell'attività delle organizzazioni criminali che trafficano con i migranti?
"In Libia ci sono tre tipi di organizzazioni criminali. Quelle che trafficano con i migranti e quelle che contrabbandano armi cooperano e si scambiano informazioni fra di loro. E poi naturalmente sono ancora attivi gruppi terroristi legati a Daesh. Uno dei problemi è che le bande dei trafficanti di anime non operano in isolamento, ma sono in contatto con elementi locali che facilitano la loro rete clandestina. È un'operazione molto sofisticata, quasi un nastro trasportatore che parte nel cuore dell'Africa e si muove attraverso la Libia verso l'Europa".

 

In Italia c'è un'indagine in corso sui rapporti non chiari che alcune Ong attive nel Mediterraneo intratterrebbero con i trafficanti d'anime. Ne è al corrente?
"Non ne so molto, ma le Ong internazionali con cui noi abbiamo a che fare, alcune delle quali agiscono anche per conto nostro, non hanno alcun tipo di rapporto con i gruppi criminali. Se avessimo qualche sospetto, ci comporteremmo di conseguenza". Della inchiesta italiana non so molto, ma le Ong con cui noi abbiamo a che fare non hanno alcun tipo di rapporto con i gruppi criminali. Se avessimo sospetti, ci comporteremmo di conseguenza.

 

 

 

 

 

 

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