Giovedì 21 Marzo 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

"Così abbiamo dato un volto ai migranti"

PDF Stampa
Condividi

dialogo tra Cristina Cattaneo e Elena Stancanelli raccolto da Raffaella De Santis

 

La Repubblica, 10 marzo 2019

 

Non è vero che la morte è uguale per tutti. Ci sono morti di serie A e morti di serie B, da sempre. Cristina Cattaneo è un medico legale forense, per professione lavora con i cadaveri, mettendo la medicina al servizio della giustizia e degli ultimi.

Ha cinquantacinque anni e la sua sfida oggi è ridare un nome e una dignità ai resti dei migranti. Ha scritto un libro bellissimo, s'intitola Naufraghi senza volto. Un libro paradossalmente pieno di speranza, perché la vita si nasconde dove meno ce lo aspettiamo. In primo piano ci sono gli oggetti ritrovati addosso alle vittime, quelli che in termini tecnici si chiamano "effetti personali": una borsa e un foulard viola vezzosamente annodato al manico, una scatoletta rosa con un paio di orecchini d'argento, un sacchettino di terra. Perfino una pagella, cucita all'interno della camicia di un bambino affogato.

"Non sono semplici oggetti", dice Cattaneo. "Dietro ciascuno si nasconde una vita. I morti ci parlano attraverso le cose che gli sono appartenute, raccontano una storia che può aiutarci ad avvicinarli". Una maglietta della Juventus o del Real Madrid, un disegno, un orologio, gli auricolari del telefonino, una tessera della biblioteca, fanno affiorare vite molto simili alle nostre. Sono frammenti di esistenze che ci assomigliano.

Cristina Cattaneo ancora oggi sta lavorando con lo staff del Laboratorio di antropologia e odontologia forense della Statale di Milano per identificare i corpi dei migranti del più grande naufragio del Mediterraneo: quello di un barcone egiziano che il 18 aprile 2015 si inabissò molto velocemente a quaranta miglia dalle coste libiche.

Qui dialoga con Elena Stancanelli, scrittrice attivista, che ha scelto di non girare la testa dall'altra parte. La sua esperienza a bordo della Mare Jonio sarà il cuore narrativo del suo nuovo libro, "Venne alla spiaggia un assassino", in uscita per La nave di Teseo alla fine di aprile.

 

Oggi il peschereccio del naufragio del 2015 è a Melilli e si va deteriorando: aspetta di trovare una collocazione che ne scongiuri la demolizione. Che significato ha quel Barcone?

Cristina Cattaneo: "Tra cinquant'anni, quando nessuno si ricorderà che ai nostri giorni ancora esistevano navi negriere, quel peschereccio sarà lì a testimoniare cosa succedeva nell'Europa di oggi. L'Europa illuminata che parla tanto di diritti umani e però permette che succedano queste cose. Quel peschereccio, che aveva imbarcato un migliaio di persone potendone contenere al massimo una quarantina, è un oggetto simbolo, più eloquente di molte storie. Per questo va salvato dalla demolizione. Al momento stiamo ancora lavorando all'identificazione dei corpi. Ne abbiamo recuperati 528, insieme a quasi ventimila resti scheletrici. Naturalmente questi sono più difficili da riassemblare, ma di un centinaio possediamo i documenti, che ci hanno permesso di risalire ai paesi di provenienza. Solo quando avremo fatto il test del Dna sull'ultimo cranio avremo la certezza di quante persone abbiamo recuperato".

Elena Stancanelli: "Non sono un'esperta di immigrazione, ma credo sia arrivato il momento di reagire. La cosa impressionante in questo racconto sono i numeri. Stiamo parlando di oltre cinquecento corpi, che sono forse più del numero delle persone che ho conosciuto nella mia vita...".

 

Da anni si parla di restaurare il Barcone, a che punto siamo?

Cattaneo: "Si pensava di accoglierlo a Milano, dove l'università Statale sta allestendo un museo della scienza legato alla tutela dei diritti umani. Ora purtroppo tutto è fermo, non è ancora stato restaurato, non si hanno i finanziamenti. Bisogna capire che cosa si può fare ed evitare che venga demolito. Una strategia potrebbe essere quella di dichiararlo patrimonio Unesco. Potrebbe diventare come Binario 21, il museo della Shoah a Milano, che mostra i vagoni del treno sui quali venivano caricati gli ebrei diretti ai campi di sterminio".

Stancanelli: "Tanto più oggi che i barconi hanno smesso di partire e i trasbordi si fanno su barche piccole. Parlando con il personale delle Ong ho scoperto che quando recuperano i gommoni non li affondano ma ci scrivono sopra la data. Serve a segnalare che è avvenuto un salvataggio, che sono state tratte in salvo delle persone".

 

Come si arriva a dare un nome a un cadavere?

Cattaneo: "Di ciascuno compiliamo una specie di identikit. Prima di tutto bisogna rintracciare i parenti. Questo è possibile grazie al coordinamento di un ufficio di governo, l'Ufficio del commissario straordinario per le persone scomparse, che ha fatto un accordo con la Croce rossa internazionale, la quale ha uffici nei vari paesi di provenienza di queste persone, tra cui Senegal, Mauritania, Mali, Costa d'Avorio. Successivamente si chiede ai parenti di portare elementi identificativi dei loro cari scomparsi. Questi oggetti si aggiungono a quelli ritrovati insieme ai resti delle vittime. In genere i familiari hanno bisogno di sapere di più, chiedono chi ha toccato il loro caro l'ultima volta, vogliono ricostruirne gli ultimi momenti di vita".

 

Nel libro gli oggetti dei morti non sono dettagli secondari ma elementi quasi narrativi.

Cattaneo: "Non hanno solo un valore tecnico. Credo che i morti raccontino una storia, che a volte siano più eloquenti dei vivi. Il loro è un linguaggio semplice, fatto di quello che hanno nelle tasche, delle cicatrici che hanno sul corpo. I loro oggetti sono i nostri oggetti, ci dicono che la vittima è come noi. In una delle ultime autopsie abbiamo trovato nelle tasche di un ragazzino tesserine della biblioteca e della donazione del sangue. Ne emerge la vita di uno studente, di una persona altruista, potrebbe essere uno dei nostri ragazzi".

Stancanelli: "In fondo anche noi scrittori ci muoviamo in un mondo di morti. La letteratura è popolata di fantasmi. Pensiamo a Patrick Modiano, è come un anatomopatologo, lavora sulle identità, parte da un taccuino e cerca di ricostruire la vita di una persona. È questo che fanno gli scrittori, disegnano itinerari e mappe di oggetti, luoghi, persone e poi li uniscono in un percorso plausibile".

 

Tra le cose recuperate c'è un sacchettino pieno di terra, a che serviva?

Cattaneo: "Un naufrago si era imbarcato portando con sé un po' di terra come ricordo del paese che stava lasciando. Forse era anche un modo per augurarsi di tornarci. Anch'io da piccola lo facevo. Quando ripartivo dal Monferrato, dove andavo in vacanza, per tornare in Canada, dove vivevo con la mia famiglia, portavo con me un rametto o un fiore. Ho sempre apprezzato il mio lavoro da un punto di vista tecnico, ma ora capisco l'importanza della narrazione. Se non rovistassimo nei corpi e nelle tasche di queste persone, non saremmo in grado di raccontarle".

Stancanelli: "Quando si parla di morti in mare vengono subito in mente immagini simbolo. Quella del piccolo Alan sulla spiaggia di Bodrum o quella di Josepha scattata dai volontari di Open Arms. È vero, quelle immagini sono di assoluta chiarezza, ma il naufragio è per sua natura nascosto. Il bello del lavoro di Cristina è che riporta a galla quello che accade sotto e che nelle foto non appare. Il bambino ritrovato morto con la pagella cucita addosso riguarda tutti noi. Quel bambino somiglia a tutti i bambini con la pagella. Siamo noi".

 

Vi siete mai chieste nel vostro lavoro "ma chi me lo fa fare"?

Cattaneo: "Qualcun'altro me l'ha detto. A volte mi sono sentita dire: non puoi identificarli, è troppo difficile. C'è anche chi mi ha fatto notare che questi morti hanno una sensibilità diversa, una cultura della morte diversa, che nell'Africa subsahariana non è così importante risalire all'identità... Ma io ho fatto un giuramento, ho giurato di curare le persone indipendentemente dalla loro razza o religione. Curare i morti significa anche curare i vivi che stanno dietro le vittime, è un obbligo etico e deontologico della mia professione. I migranti vengono considerati persone di serie B. Con la morte subiscono l'ultimo sopruso. Scappano, hanno alle spalle vite di sofferenza, e infine muoiono in fondo al mare senza vedersi restituito il diritto ad avere un'identità. Dal 2005 sono trentamila i cadaveri recuperati, la metà non identificati".

Stancanelli: "Il mio impegno è iniziato la scorsa estate. Sono tra coloro che hanno risposto all'appello lanciato da Sandro Veronesi rivolto a Roberto Saviano e ad altri scrittori: mettiamoci i corpi, andiamo a testimoniare. Era questa l'idea. Per quanto mi riguarda, avevo già alle spalle un lavoro iniziato con Alessandro Leogrande, un progetto che dopo la sua morte nel 2017 abbiamo voluto chiamare La frontiera, dal titolo di un suo libro. Con Alessandro volevamo creare una specie di banca dati linguistica da cui ripartire per smontare espressioni tipo "taxi del mare" o "aiutiamoli a casa loro" e costruire un alfabeto in grado di filtrare nel linguaggio comune. Siamo andati da esperti diversi, abbiamo consultato botanici, filosofi, etologi chiedendo loro che cosa significasse nelle rispettive discipline la parola "migrazione". L'anno scorso abbiamo portato il progetto al Salone del libro di Torino. La decisione di imbarcarmi sulla nave Mare Jonio appartiene a questo tipo di esperienze. Il diario di quei giorni l'ho in parte raccontato su Repubblica e ora rivive ampliato nel mio nuovo libro".

Cattaneo: "In fondo entrambe abbiamo messo a punto due banche dati, una biologica e l'altra linguistica, da opporre a chi vive di slogan".

 

Non abituarsi mai al dolore degli altri è l'antidoto al cinismo?

Stancanelli: "Sembrerà strano dirlo, ma la mia esperienza sulla Mare Jonio è stata bellissima: lì, in mezzo a quelle persone, ho avuto la sensazione che qualcuno sta facendo semplicemente la cosa giusta. Fare la guerra a chi affoga in mare va al di là della razionalità".

Cattaneo: "Due settimane fa ho incontrato un uomo siriano che nel disastro dell'11 ottobre 2013 di fronte alle coste di Lampedusa ha perso quattro figli e la moglie. Lui si è salvato perché si era imbarcato dopo. Aveva un senso di colpa micidiale. Mi è rimasto impresso quello che mi ha detto: se riuscite a identificare i corpi dei miei figli o di mia moglie, mi aiutate a trovare i fondi per riportarli a casa? Ai familiari la morte non basta".

 

 

 

06


06


06

 

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it