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"Carcere, ecco cosa cambiare". Il bilancio di Luigi Pagano, prossimo alla pensione

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di Davide Parozzi e Luca Bonzanni

 

Avvenire, 17 aprile 2019

 

L'isolamento dei detenuti non porta al reinserimento, le misure alternative sono più efficaci della pena in cella. "Chi resta in cella lo fa non perché pericoloso, ma perché non ha casa e lavoro. Così si fa assistenza. Le riforme? Senza l'opinione pubblica, non camminano". "Va creato un ponte con il mondo esterno. La recidiva di una persona che non lascia mai il carcere è del 70-80%. Il rischio maggiore? È "l'infantilizzazione", invece occorre responsabilizzare i detenuti".

Sulla scrivania ha libri e documenti, cioè cultura e lavoro quotidiano. In quarant'anni nell'amministrazione penitenziaria, Luigi Pagano, provveditore regionale delle carceri lombarde, ha provato a fare proprio questo: dare concretezza ai princìpi, mettendoli al servizio della società.

Chiuderà la sua carriera il prossimo 1° maggio, andando in pensione nel giorno della festa dei lavoratori, lui che nel mondo della giustizia è entrato il 1° dicembre 1979, dopo la laurea in legge. Primo incarico a Pianosa, nel vivo degli anni di piombo e delle guerre di mafia; poi Badu 'e Carros, Asinara, Piacenza, Brescia, Taranto. E soprattutto San Vittore, diretto per 15 anni tra 1989 e 2004, quindi provveditore regionale lombardo per altri otto, vicecapo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) per tre anni e mezzo, infine di nuovo alla guida alla "sezione" lombarda.

L'evoluzione del mondo-carcere si misura "nel rapporto con la società, sia il bello che il buono", premette Pagano, classe 1954, campano d'origine. Di questi anni, tra i tanti ricordi, porterà con sé la soddisfazione dei detenuti impegnati a garantire la sicurezza di Expo, oppure l'emozione della visita di Papa Francesco a San Vittore, nel marzo 2017.

 

Dottor Pagano, per capire il carcere bisogna partire dalla società?

"Se non crei un ponte col mondo esterno, parlare di reinserimento sociale è mera utopia. La società civile riceve i risultati dell'azione che operi all'interno dell'istituto, ma ne è anche corresponsabile. L'investimento dall'esterno, con risorse ma anche con semplice testimonianza, è fondamentale. Altrimenti l'istituto rimane una monade: l'isolamento non porta al reinserimento".

 

Ma come è cambiato il rapporto con la società civile?

"Resta fluttuante. L'ordinamento penitenziario del 1975 è una delle leggi col maggiore impatto sulla società civile ed è una delle più riformate: la Gozzini, la dissociazione, il carcere duro, i cambiamenti fisiologici legati alla nuova popolazione carceraria. E oggi il carcere, più che un luogo di pena che porta al reinserimento, è diventato assistenza".

 

Cosa intende?

"Per alcuni profili, paradossalmente le carceri forniscono più servizi di quelli che avrebbero all'esterno. I detenuti definitivi in Lombardia sono circa 6mila; di questi, più o meno due terzi potrebbero avere misure alternative, ma la maggior parte non può ottenerle perché non ha casa, non lavoro, è irregolare. Sono persone che restano nel penitenziario non perché pericolose, ma perché non hanno altre possibilità".

 

Il carcere è da reinventare?

"Bisognerebbe pensare a pene diverse. D'altronde, se l'efficacia del carcere si misura in relazione all'articolo 27 della Costituzione che pone al centro il reinserimento sociale, per quelle persone non c'è una possibilità. Ma se non c'è l'opinione pubblica dalla tua parte, nessuna riforma cammina".

 

Di questi tempi, è un ragionamento coraggioso...

"I dati dicono che le misure alternative sono più efficaci della pena detentiva. Se le stime sulla recidiva di una persona che non lascia mai il carcere sono del 70-80% e invece si abbattono con le misure alternative, bisogna riflettere sul sistema-carcere".

 

Ma senza risorse, come si fa?

"Più che negli investimenti, spesso la differenza sta nelle idee. Rifarsi solo al problema dei soldi rischia di essere un alibi. Penso a Bollate: è diventato un'eccezione ma dovrebbe essere la normalità, perché quel carcere è modellato sulla legge dell'ordinamento penitenziario. E penso anche all'articolo 6 di quella legge, in cui le celle sono chiamate "camere di pernottamento": se davvero lo applicassimo, vivremmo una "rivoluzione normale". Non solo per i detenuti: si riconoscerebbe per esempio piena valenza di polizia agli agenti penitenziari, con funzioni di analisi, raccolta e scambio di informazioni, a fini di sicurezza e prevenzione".

 

Per la Lombardia, l'ultima relazione del Garante dei detenuti parla di affollamento al 145%...

"Anche qui, userei un'altra ottica. Più che la logica del metro quadro, è sulla qualità di vita complessiva del carcere che bisogna riflettere. Basta guardare la struttura di un penitenziario e se ne coglie la filosofia: San Vittore è una struttura del 1879, costruito ispirandosi al panopticon, all'isolamento e certo non al reinserimento".

 

Come si avvicinano le imprese private al carcere, costruendo occasioni di reinserimento?

"Bisogna prendere atto che oggi è molto difficile, perché il costo del lavoro è alto e i penitenziari non sono pronti. L'attività lavorativa dei detenuti è spezzettata dalla routine del carcere. Una mia idea è ridurre il costo del lavoro e utilizzarlo come chiave per adattare il penitenziario al mondo del lavoro, valutando il trattamento come parte integrante del salario; in concreto, per esempio, si possono ricalibrare i colloqui e l'attività trattamentale per conciliarli col lavoro: si responsabilizza il detenuto e si attraggono gli imprenditori".

 

Insomma, serve una rivoluzione...

"Il rischio del carcere è "l'infantilizzazione", invece occorre responsabilizzare i detenuti. E cambiare la vita interna degli istituti. Uso una metafora: bisogna passare dalla marcatura a uomo a quella a zona. Ma non servirebbe una rivoluzione: le norme già ci sono, basterebbe solo applicarle".

 

 

 

 

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