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"Basta politici sopra la legge". "Giudici lenti". Botta e risposta tra magistrati e Bonafede

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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 9 febbraio 2019

 

Nella cerimonia per i 110 anni dell'Anm il presidente Minisci fa riferimento al caso Diciotti. Gelo con il ministro. Che l'atmosfera non sia delle più amichevoli per il ministro Alfonso Bonafede, alla cerimonia peri 110 anni dalla fondazione dell'Associazione nazionale magistrati, lo si capisce subito. Lui entra in sala da solo, mentre poco più in là il presidente dell'associazione, Francesco Minisci, e i diversi rappresentanti delle istituzioni fanno ala al Capo dello Stato. Freddi i saluti. Iniziano poi gli interventi e Minisci nemmeno lo cita.

È un fatto: con la vicenda Salvini, i rapporti tra politica e giustizia sono tornati al grado più basso. E le parole dei due protagonisti, pur dietro la cortesia istituzionale, tradiscono la tensione. "Non lasciateci soli", è l'appello del presidente dell'associazione magistrati.

Lo dice tra gli scrosci della sala. Sono tre le solitudini che Minisci lamenta: nel contrasto ai reati, nel fronteggiare una crisi economica "che spesso si scarica sui palazzi di giustizia", nel soddisfare la domanda dei cittadini su "temi e materie sempre più attuali, ma scarsamente regolamentati". Temi come le questioni etiche, ad esempio il fine vita.

Allo stesso tempo, Minisci riafferma orgogliosamente l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, e che nessuno, neppure un ministro a caso, può ritenersi al di sopra della legge. "Tra i compiti che la Costituzione assegna ai magistrati - scandisce - vi sono il dovere e l'obbligo di svolgere indagini e accertamenti nei confronti di tutti, senza esclusioni". Ecco, se queste erano le richieste (e le aspettative) dei magistrati, Bonafede la vede diversamente e lo anticipa evocando il "franco confronto".

Il Guardasigilli, che si autodefinisce "organo di cerniera tra la sfera dell'indirizzo politico e la sfera della giurisdizione", veste i panni del guastafeste e ci va giù pesante, ammonendo i magistrati presenti, almeno un migliaio: "Secondo un'approfondita indagine, promossa dalla Scuola superiore della magistratura, il 71,3% dei cittadini intervistati fa risalire la lentezza della giustizia italiana anche all'inadeguatezza dell'operato dei magistrati. Come ministro non posso e non voglio restare indifferente a questi dati".

E ancora: "Sono 15,6 milioni gli italiani (il 30,7% della popolazione adulta) che, secondo il rapporto Censis 2018, negli ultimi due anni, hanno rinunciato a intraprendere un'azione giudiziaria, volta a far valere un diritto, perché sfiduciati". Certo, Bonafede condivide l'allarme dei giudici per le carenze pazzesche negli organici, nelle strutture, nelle procedure. Ma aggiunge il punto di vista di un governo populista: "È indubbio che il canale ordinamentale di dialogo e di reciproco riconoscimento tra la magistratura e la società si è alterato".

La stoccata finale arriverà da una citazione di Piero Calamandrei, "il quale riteneva che il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici e in generale tutti i pubblici funzionari fosse il pericolo dell'assuefazione, dell'indifferenza burocratica. Per il burocrate, gli affanni dell'uomo vivo che sta in attesa non contano più". Da registrare un unico applauso di cortesia al termine.

 

 

 

 

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