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"Almarina". Perché in carcere del presente non si parla, e il futuro non si immagina

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recensione di G.M. Ghioni

 

criticaletteraria.org, 10 aprile 2019

 

A insegnare matematica (e la fiducia) con Valeria Parrella. Chi pensa che Nisida sia un'aberrazione non conosce la città, e chi pensa che la città sia un'aberrazione non conosce il Paese. È per questo che quando arrivano a Nisida i nostri ragazzi si straniano: vedono da vicino, per la prima volta, adulti diversi da quelli che li hanno partoriti. Capire che sono finiti in prigione è niente: in due giorni gli passa lo choc, ricominciano a dormire, prendono un ritmo già raccontato da altri: nel loro lungo gioco questa possibilità era prevista. Faticano più a capire questo, invece: che possono fidarsi.

Questo nuovo romanzo di Valeria Parrella, "Almarina", è pieno di fuori e di dentro: c'è la differenza più evidente, tra l'esterno e l'interno del carcere minorile di Nisida, isoletta sul Mediterraneo a pochissima distanza da Napoli; c'è un'esteriorità e un'interiorità più celata, quella delle emozioni, moltiplicata tante volte quanti sono i personaggi; c'è la matematica, vista da fuori come un insegnamento qualsiasi e da dentro come la possibilità di mettere le ali al futuro di questi giovani rinchiusi.

E poi c'è la protagonista, Elisabetta Maiorano, che si muove dentro il passato e fuori, nel presente: il presente la vede sola, vedova, insegnante di matematica appassionata del proprio compito in carcere, tanto quanto disamorata davanti alla sua città, al suo Paese, alla giustizia; il passato la abbraccia con i suoi ricordi, ricordi che fanno arrabbiare tanto sono belli e che le sfilano davanti alla notte, quando è sola nel suo letto.

Insegnare, in carcere, è ben diverso da un normale insegnamento: intanto, i ragazzi cambiano di continuo, la classe è mista e rumorosa, se non sconfortata e continuamente rimescolata; le preparazioni sono varie, come le età degli studenti, nascosti dentro le loro tute in acetato e dietro i loro crimini, commessi più o meno consapevolmente.

Eppure a Elisabetta piace; lei, che ha viaggiato in lungo e in largo per la penisola per la gavetta nell'insegnamento, a costo di potersi concedere solo un amore e un matrimonio "tardivi", lei ha inserito il carcere come terza scelta per le assegnazioni di ruolo e da allora ogni giorno risale la strada tortuosa che porta a Nisida. Da lì, tutto ha una nuova prospettiva: Napoli, tanto per cominciare; ma anche la vita di Elisabetta, l'insegnamento, il futuro...

Poi, un giorno, arriva in classe Almarina, un'adolescente romena dal passato terribile, di cui porta ancora i segni sul suo corpo martoriato: fin da subito, Elisabetta prova un senso di protezione e una curiosità per la ragazza che arriva a travalicare i confini del semplice insegnamento. Per Elisabetta, Almarina è un po' la figlia che non si è mai potuta concedere, e la ragazza, che all'inizio guardava con sospetto la professoressa, poi si è quasi abituata a lasciarsi abbracciare.

Ma fidarsi è un'altra cosa, ogni ragazzo di Nisida è stato spezzato, eppure quando scende sul campo di pallavolo e inizia una partita, o quando si dedica alle attività creative nel laboratorio, si intravedono la vivacità e le speranze. Come se fosse quasi tutto normale. Ma alla sera i ragazzi tornano nelle celle, mentre gli insegnanti vanno nelle proprie case, ognuno con una coscienza diversa del proprio tempo e del mondo circostante...

Tra flashback, squarci di presente più o meno delicati e crudi, riflessioni che colpiscono il sistema carcerario e i tempi titanici della giustizia, Valeria Parrella ha creato una storia di grande turbamento e al tempo stesso d'amore, mantenendosi estremamente lucida: sì, perché davanti agli occhi velati di commozione dei lettori l'autrice presenta la realtà per quella che è, senza fronzoli o apologie moralistiche. E lo fa con paragrafi brevi, estremamente lirici, frasi nominali e periodi franti che procedono per accostamenti e si ribellano alla sintassi tradizionale. Insomma, un po' come i ragazzi di Nisida, anche le frasi cercano un loro procedere, ora più veloce e narrativo, ora più ragionativo e immaginativo.

Forse è difficile riuscire a fermare in poche pagine una realtà come quella dei carceri minorili, della maternità, del lutto e della possibile rinascita dopo la vedovanza, "perché ci vuole un sacco di tempo, o una poesia perfetta, per dire davvero le cose come stanno" (p. 112). Ma Valeria Parrella ce l'ha fatta, e ha scelto una scrittura tanto personale che è bella da sottolineare e rileggere.

 

 

 

 

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