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Progetto di confronto con le scuole. Il coraggio di non nascondere il passato

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Il Mattino di Padova, 16 aprile 2018

 

Potrebbero tornare nell'anonimato e non raccontare più di essere stati in carcere, e invece non nascondono nulla di quel passato: sono le persone che mentre scontavano una pena hanno partecipato al progetto di confronto con le scuole e ora, usciti a fine pena, invece di cancellare quella brutta esperienza decidono di continuare ad andare nelle scuole a portare la loro testimonianza, a spiegare ai ragazzi come è facile scivolare in comportamenti a rischio e rovinarsi la vita commettendo reati e finendo in carcere.

Quelle che seguono sono le testimonianze di Lorenzo, che finita di scontare la pena va nelle scuole a fare prevenzione parlando dei suoi comportamenti di ragazzo irresponsabile, e quella di Giovanni, che uscito dal carcere vorrebbe esportare un progetto come quello di Padova anche al Sud del nostro Paese.

 

Non ho più cercato alibi

 

Il progetto con le scuole è un vero e proprio incontro con l'altro, un incontro caratterizzato dall'ascolto reciproco. In carcere ho sempre partecipato agli incontri con le scuole, ma non potendo uscire, non avevo mai incontrato gli studenti più giovani, quelli di terza media. Nel primo incontro ho sentito subito il peso delle mie responsabilità.

Non che l'avessi perso, anche perché ora non sarei neanche dietro a questo computer a scrivere, ma il racconto di una professoressa mi ha dato una forza maggiore per continuare questo percorso di cambiamento. Credo di essere una persona profondamente cambiata, ma so che devo continuare a lavorare per rafforzarmi, per rafforzare la consapevolezza di ciò che sono stato per proseguire nella giusta via. Dopo la narrazione delle nostre storie, come sempre, abbiamo lasciato spazio ai ragazzi con le loro domande e molte riflessioni.

Ero meravigliato dalla loro loquacità, dalla loro voglia di capire il perché da giovani noi eravamo attratti da cose molto superficiali, materiali, e non pensavamo alle nostre famiglie, alle persone che subivano il nostro reato. E proprio mentre riflettevamo tutti assieme sulle vittime di reato, una professoressa è intervenuta per raccontare una fase della sua infanzia, ci ha raccontato che il padre, direttore di banca, aveva subito svariate rapine mentre lavorava.

Anche se tardi, io ho imparato ad assumermi le mie responsabilità e lo dimostro a me stesso e alla società rispettando le regole che non ho mai voluto rispettare, le regole per una buona convivenza sociale. Mi è capitato molte volte di ascoltare una storia di una persona che aveva subito un reato e tutte le volte il loro ascolto è stato pesante, ma come un atto dovuto, la consapevolezza che devo ascoltare.

Fa riaffiorare i ricordi dei miei gesti violenti, mi riporta inevitabilmente il peso della mia colpa per aver segnato la vita dell'altro, non solo l'altro come persona che ha avuto a che fare direttamente con il mio reato, ma anche tutte le vittime indirette che il mio reato ha toccato. La professoressa raccontava che il giorno della rapina a casa non era stata la solita giornata e neanche quelle a seguire, qualcosa si era rotto nella loro quotidianità e una persona come me era stata la causa di quella rottura.

Da quando ho iniziato questi incontri con le scuole, non ho mai cercato alibi, non me la sono mai sentita di avere lo stesso atteggiamento che mi aveva caratterizzato in tutta la mia vita, ho sentito che con gli studenti non potevo mentire. Certo il mio vissuto familiare è stato complicato, ma ciò non toglie che ho sempre fatto io delle scelte, scelte che sono riuscito a mettere in discussione proprio grazie agli studenti e a tutti i vissuti delle vittime che ho avuto il privilegio di ascoltare.

L'incontro con la società è quello che mi ha permesso di iniziare un percorso di ricostruzione della mia persona, e a sua volta la società ha compreso che l'incontro con il reo non può altro che generare una messa in discussione di se stessi in maniera critica. Grazie alla redazione di Ristretti Orizzonti non sono l'unico che ha beneficiato di quella che mi piace identificare come una vera e propria rinascita, ci sono altri ex detenuti che hanno beneficiato di questo cammino. Ed è proprio questo che, a mio dire, non fa funzionare il sistema penitenziario: il fatto che si tratti di un beneficio o di un privilegio per pochi.

L'ingresso della società in un istituto deve avvenire come una cosa normale, l'incontro che si viene a creare è l'unico strumento che può abbattere l'alta recidiva che il nostro Paese vive da anni. Questo progetto è il progetto che rispecchia appieno il senso della Giustizia Riparativa, una giustizia che cuce quello strappo che inevitabilmente un reato crea nei confronti della società.

Ma si ha sempre a che fare con persone nelle quali la voglia di mettere in gioco le loro convinzioni è sempre minore e questo credo che sia perché cambiare mette paura. Vedere crollare quel muro di convinzioni e di rigidi credi spiazza. Crollano le sicurezze, ma crollate quelle se ne devono creare altre più forti perché basate sull'incontro reciproco e sull'ascolto dell'altro.

 

Lorenzo Sciacca

 

Insegnamento per i ragazzi del Sud

 

Gli incontri tra studenti e detenuti sarebbero d'insegnamento anche per i ragazzi del sud Dopo oltre trent'anni passati in carcere senza avere nessuna certezza sul proprio futuro se non quella di essere condannato ad una pena senza "speranza", ovvero l'ergastolo, ritrovarmi libero, per una sentenza della Corte europea, in un mondo del tutto nuovo per me, ha avuto un impatto stravolgente poiché i ritmi della vita reale sono per davvero frenetici e nello stesso tempo ti "catturano", sono quelle sirene da cui è molto facile rimanere incantato.

Quello che mi ha aiutato sono stati gli incontri con le scolaresche che si tenevano presso il carcere di Padova. Credo che quell'iniziativa abbia un valore umano e culturale di alto livello sociale, oggi proprio grazie a quella iniziativa capisco cosa sono i giovani o almeno ci provo a capirli. Capita di chiedermi, io che sono nato al Sud, quanto i nostri incontri sarebbero potuti essere d'insegnamento nell'affrontare la vita di tutti i giorni anche per i ragazzi del sud... non vorrei certamente semplificare il ragionamento ma esiste ancora una questione "culturale" nel meridione che potrebbe essere colmata con quelle iniziative di confronto con le realtà "lontane" come lo è il carcere rispetto alla società esterna.

Riflettendo su quello che è stato il mio periodo di detenzione a Padova e rielaborando il senso di quei confronti spesso molto crudi in quanto i ragazzi non si limitavano alle sole domande di routine, mi viene da fare una riflessione, ovvero la ricchezza di quel piccolo bagaglio culturale, fatto di consapevolezza dei nostri errori e voglia di raccontarli, che siamo stati in grado di trasmettere a quei ragazzi, cosa del tutto assente nei ragazzi che ogni giorno incrocio o ho la possibilità di ascoltare qui al Sud.

Sono certo che la differenza sia abissale tra le due realtà del Paese. Mentre a Padova venivo visto come un soggetto positivo per aver intrapreso quel percorso rieducativo con i ragazzi delle scuole, qui da quando sono uscito dal carcere sono un "oggetto" di attenzione continua e di curiosità, a volte non tanto sana.

A quei ragazzi che si sono posti delle domande dopo gli incontri avuti devo la mia profonda riconoscenza anche per avermi fatto riflettere su quella che è stata la mia esperienza del carcere, e per avermi permesso di dare un piccolo contributo affinché si siano potuti porre delle domande, e questo mi ha aiutato a crescere insieme a loro.

Oggi che sono libero comprendo quanto siano state importanti per me queste tappe, ci si deve passare per apprezzarne la vera essenza e poi quando sei fuori ti ritrovi con quegli strumenti che ti permettono di guardare il mondo con occhi diversi e cercare di ricostruire un'altra vita con nuovi orizzonti, nuove prospettive, dove anche in una società totalmente arida quel seme di umanità di quel confronto tra detenuti e giovani studenti non potrà non attecchire.

Giovanni Donatiello

 

 

 

 

 

 

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