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Processo mediatico, una giustizia-show priva di garanzie

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di Nunzio Smacchia*

 

Gazzetta del Mezzogiorno, 9 aprile 2019

 

Ormai sempre di più si rimane morbosamente affascinati, coinvolti dal turbinio dei gossip, delle chiacchiere e dei crimini che quotidianamente invadono la carta stampata e la televisione; in questo modo il delitto diventa spettacolo e avvince la gente con le sue sfumature e i suoi interrogativi. I fatti criminosi fanno audience, riempiono decine di talk show, nei quali si vedono sfilare esperti, innocentisti e colpevolisti.

I fatti criminali, e il modo con cui sono raccontati, sono l'anima e l'essenza dell'attuale società, si è invasi da notizie dei media e non si può fare a meno di parlarne e di discuterne. Si è creata una sorta di dipendenza quotidiana alla diffusione di notizie criminali al punto di esserne condizionati, di stilare un'agenda dei fatti mediatici. L'era digitale trasforma le immagini e le diffonde nella quotidianità, appannando la distinzione tra il virtuale e il reale, in un contesto in cui ciò che conta è l'apparire e non l'essere, dove la realtà si sdoppia tra concretezza e finzione, e tutti vanno alla ricerca della notorietà e del successo attraverso la professionalità del proprio essere.

Accade spesso che in ogni episodio criminale, che suscita terrore e angoscia negli spettatori, gli operatori dei mass-media, specie quelli televisivi, si precipitano sull'avvenimento come se fosse uno spettacolo d'intrattenimento; e la spettacolarizzazione della giustizia ha inizio!

La ricerca eccessiva dei particolari è aperta e si dà corso alla sfilata dei personaggi coinvolti a vari livelli: dalle diverse figure professionali, all'indagato/imputato e alla sua famiglia, che diventano subito personaggi, e per finire alla vittima, che spesso viene trascurata.

Da qualche tempo si è creato un forte connubio tra delitto, criminologia e scienze forensi alimentato soprattutto dallo sviluppo indiscriminato di fiction, film, libri, dibattiti, articoli, seminari, master e specializzazioni universitarie. Oggi, paradossalmente, i colpevoli di molti reati sono più difficili da scoprire, nonostante il grande progresso scientifico e i numerosi mezzi tecnologici a disposizione, e le indagini sono sempre più complesse da portare a termine, perché le scene del crimine non di rado sono inquinate fin dall'inizio.

In passato, la stampa, soprattutto quella televisiva, svolgeva il suo ruolo con cautela e discrezione, non si sbattevano "mostri" in prima pagina, non si emettevano sentenze fuori dai tribunali e non c'erano presentatori che ricostruivano negli studi televisivi con plastici le scene dei crimini e gli itinerari percorsi dagli autori dei delitti, e in particolare non c'erano tecnici che per ottenere visibilità scenica confondevano ancora di più le idee e i fatti.

Oggi, molti indossano la toga per riprodurre in televisione e sulla stampa i processi e per catturare l'attenzione degli spettatori e dei lettori fanno a gara nel gioco della vittima e del carnefice. Il pubblico che si forma è quello di una platea di solitari, come se si trovassero davanti a un film, spettatori appartati della "giustizia-spettacolo", si rendono perfettamente conto che quello che stanno vedendo non è reale, eppure si lasciano andare alla commozione, all'inquietudine, alla speranza e al sogno.

Quando esce un articolo, quello scritto "appartiene" al lettore, dal quale toglierà o aggiungerà qualcosa di suo, lo interpreterà secondo la sua visione critica, per poi parlarne o passarlo ad altri, ingenerando un effetto mediatico che in gergo si chiama moltiplicatore della notizia. La televisione attuale si nutre di "crimine", s'ispira ad esso, servendosene per avere successo.

Ci si chiede a questo proposito se troppi programmi di natura "criminosa" possono condizionare la coscienza di chi li guarda, influenzarne la psicologia o il comportamento in una concezione estesa del crimine in sé e della sua rappresentazione.

Gli studiosi del settore ritengono che lo spettatore in qualche modo si identifichi nel concetto di crimine e si faccia un'idea precisa tra vittima e colpevole in una visione manichea del mondo tra buoni e cattivi. La Tv spesso fa le indagini parallele, che risultano fuorvianti, e vengono fatte più per soddisfare l'audience che per amore della verità. Si è creata, in un certo senso, una cultura massmediologica che mette a rischio quella legale, giudiziaria e che si sostanzia essenzialmente sul sensazionalismo.

Ci si concentra troppo sulla personalità dell'autore del reato, o presunto tale, a scapito della vittima, nei cui confronti c'è poca attenzione. Perché? Forse per la ragione che non ha più "vita", e non desta più interesse, come negli omicidi. I mass-media in molti casi anticipano i processi reali, ma così facendo rompono quell'equilibrio tra cronaca, riservatezza e verità giudiziaria, danneggiando spesso la tutela della vittima e condizionando fortemente l'opinione pubblica.

In definitiva, dall'informazione sul processo e sui suoi protagonisti si passa al processo celebrato sui media; si va sempre più diffondendo la tendenza a ripercorrere liturgie terminologiche della giustizia ordinaria, ricostruendo una sorta di "aula mediatica" in alternativa al foro giudiziario, alterando la serenità di chi deve realmente giudicare. Nel processo giudiziario il cittadino è garantito dai soggetti istituzionalmente preposti ad amministrare giustizia; nel processo mediale, al contrario, il cittadino si espone al giudizio della folla mediatica.

Cresce nella coscienza sociale l'idea malsana che il miglior giudice sia l'opinione pubblica, perché nell'inconscio generale è insito il sogno della democrazia diretta, la gestione della res publica da parte della pluralità. Ma la Corte di Cassazione ha messo ordine in questa disputa, decretando che "A ciascuno il suo: agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici la funzione di verificarne la fondatezza e al giornalista l'incombenza di dare notizia nell'esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare la collettività".

 

*Criminologo

 

 

 

 

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