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Processo a Salvini sì o no: e se fosse l'occasione per riflettere sul potere della magistratura?

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di Tiziana Maiolo

 

Il Dubbio, 7 febbraio 2019

 

Può sembrare follia, ma quel che è accaduto nei giorni scorsi, con tre differenti sondaggi che danno percentuali altissime di sostegno a Matteo Salvini nel suo conflitto con un tribunale che lo vuole processare per sequestro di persona, mi ha riportato alla memoria vicende di trenta anni fa. La giustizia italiana aveva incisa sulla carne viva quella grande macchia che era il "caso Tortora" e il popolo intero andò a votare un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. E disse, quel popolo, che se un cittadino subisce un'ingiustizia, qualcuno, fosse anche un uomo in toga, deve pagare. Non sapevamo, in quel 1987, che solo cinque anni dopo la situazione si sarebbe ribaltata e che, con i processi politici di tangentopoli, ci saremmo avviati verso una repubblica giudiziaria che oggi ha persino il supporto del governo.

Di questo governo fa parte anche Matteo Salvini. Che non è Enzo Tortora e che non ha subìto la sua stessa gogna mediatico-giudiziaria. Ma nessuno dei due era garantista "prima". Tortora perché era un liberale moralista, Salvini perché sostanzialmente della giustizia e dello Stato di diritto gli importa poco, altrimenti oggi Giulia Bongiorno sarebbe guardasigilli. Il paragone tra i due è quindi improponibile. Ma ci sono quei sondaggi a dire a gran voce che il ministro degli interni non va processato, e lo dice anche gran parte degli elettori del Movimento cinque stelle, cioè del partito ispirato da quel magistrato che ritiene non esistano innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti.

Sarebbe illusorio pensare che siamo in presenza di una vera svolta culturale e non, ipotesi più probabile, di un sostanziale assenso della gran parte dei cittadini italiani rispetto alla politica sull'immigrazione del ministro Salvini e dell'intero governo. Le cose stanno così e probabilmente una insufficiente politica dell'assistenza e dell'integrazione da parte di troppi precedenti governi nei confronti delle situazioni di fragilità ha messo gli uni contro gli altri, e ci vorrà molto tempo per elaborare e superare.

Ma questo conflitto politico-giudiziario che è oggi sotto i nostri occhi presenta aspetti del tutto nuovi e occasioni da non perdere. Il mondo politico intero va scoprendo che non è vero che "uno vale uno", e persino che esistono le guarentigie e che queste sono cosa diversa da semplici privilegi. Riguardano anche i magistrati, tanto per dire, ad esempio sulla questione dell'inamovibilità. Hanno a che fare con il Presidente della repubblica, con i ministri, con i parlamentari. E con tanti altri. Hanno a che fare anche con la sicurezza: auto di servizio e scorte non sono privilegi ma necessità.

Qualcuno ha mai più visto il Presidente della Camera andare in ufficio in autobus? No, e speriamo che Roberto Fico si sia soffermato e pensare perché non sarebbe opportuno. Il ministro Salvini ha dovuto prendere le distanze dal gigione Salvini mangiatore di nutella che voleva porgere il petto alle baionette, e ha cominciato a illustrarci l'articolo 96 della Costituzione (e speriamo che nel frattempo ne abbia letto qualcun altro, non solo il 68 sull'insindacabilità, ma magari anche il 25 sulla responsabilità penale) e far fruttare il suo liceo classico spiegando che manderà in giunta un suo intervento perché "scripta manent".

Commoventi sono poi gli interventi dei più accorti grillini. L'ex jena Dino Giarrusso gira le televisioni gridando che questo è un caso unico, come se Salvini fosse il primo ministro della storia a dover affrontare (forse) un processo. L'omonimo Giarrusso, senatore di ispirazione davighiana, componente della giunta che dovrà decidere in prima istanza (poi ci sarà l'aula) la sorte di Salvini, sta facendo campagna per il no, spiegando ai suoi più recalcitranti che per carità, no, non si tratta assolutamente di una forma di immunità. I componenti del governo, in coro, fanno autodenuncia, siamo tutti sequestratori di immigrati.

Il che mi ricorda una manifestazione degli anni settanta intorno al carcere milanese di S. Vittore in cui si gridava (con meno ipocrisia) "siamo tutti delinquenti", per protestare contro alcuni arresti politici. Ma se questa può essere l'occasione per indurre al ragionamento, ebbene, cogliamola. Il nostro direttore Sansonetti su questo giornale e Angelo Panebianco sul Corriere ci hanno provato. La sub- cultura delle manette è oggi in difficoltà. Non è facile spiegare il fatto che si possono aizzare i cani feroci contro tutti tranne che contro uno dei nostri.

Ci si costringe quindi a usare il latinorum, cioè articoli e commi, a deglutire rospi e rosponi per non far uscire Salvini dal Senato in manette, per quanto metaforiche. E con l'ombra sinistra della legge Severino in agguato, in caso di condanna definitiva a pena superiore a due anni di reclusione. Senza sottovalutare, in caso di prevalenza dei no al voto d'aula, della possibilità da parte della magistratura di sollevare il conflitto di attribuzione e di finire quindi anche davanti alla Corte costituzionale. Benvenuto nel mondo della giustizia e delle ingiustizie, caro "governo del cambiamento".

 

 

 

 

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