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Pordenone: morte in cella, il medico si era attivato

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di Cristina Antonutti

 

Il Gazzettino, 17 marzo 2019

 

Il medico del carcere aveva segnalato che le condizioni di salute di Gianmario Bonivento non erano compatibili con la detenzione nella casa circondariale di Pordenone, dove il 63enne di Fiume Veneto è morto nel sonno la notte tra giovedì e venerdì.

Si tratta di una segnalazione indirizzata al Tribunale di sorveglianza di Udine e che era in corso di valutazione, dopo che lo stesso magistrato aveva negato al 63enne il ripristino degli arresti domiciliari per motivi di pericolosità sociale (aveva inviato una mail con minacce di morte a un'assistente sociale del Comune di Fiume Veneto).

Sul caso la Procura di Pordenone ha aperto un fascicolo d'indagine iscrivendo sul registro degli indagati, come atto di garanzia, il dottor Giovanni Capovilla. Il medico avrà così la possibilità di difendersi già durante l'esame autoptico disposto per domani dal sostituto procuratore Federico Facchin.

Omicidio colposo è l'ipotesi di reato che dovrà essere esplorata. Il medico legale Giovanni Del Ben ha ricondotto il decesso a cause naturali, ma un paio di settimane fa Bonivento era stato portato in pronto soccorso perché aveva avuto un collasso, come ha confermato la figlia Giulia, studentessa di 19 anni, e trattenuto in ospedale tre giorni.

La Procura vuole capire se sia stato sottoposto ad accertamenti adeguati prima di essere riportato in carcere e se nella struttura carceraria siano stati presi tutti i provvedimenti necessari per garantirgli cure e terapie. I carabinieri del Nucleo investigativo hanno sequestrato sia la sua cartella clinica sia la cartella sanitaria del carcere.

Le condizioni di salute di Bonivento erano molto precarie. Cardiopatico, diabetico, invalido al 100%, aveva anche difficoltà a deambulare. Dal 2 giugno 2018 stava scontando ai domiciliari un cumulo pene di 3 anni e 8 mesi per vecchie vicende di reati finanziari e bancarotta. L'atteggiamento e la mail minacciosa nei confronti di un'assistente sociale, che in seguito aveva sporto denuncia ai carabinieri di Fiume Veneto, il 30 gennaio gli era costata la detenzione in carcere.

"Nel mio ricorso - spiega l'avvocato Roberto Russi - avevo fatto presente che le condizioni di salute di Bonivento erano incompatibili con il regime carcerario. Arrivò in udienza a Trieste con i bastoni, sorretto dalle guardie penitenziarie, si scusò con il giudice dicendo che la malattia di cui soffriva lo portava ad essere irascibile. Quando inviò quella mail era arrabbiato perché aveva perso un sussidio per via di una pratica non inoltrata".

Il ricorso è stato respinto. "Un diniego - spiega il legale - che ho impugnato in Cassazione per motivi di illegittimità". Bonivento occupava la cella n. 2 assieme ad altri tre detenuti. La morte, quando entra in carcere, scuote l'anima nei suoi angoli più reconditi.

È per questo che il direttore Alberto Quagliotto ha messo a disposizione di tutti i detenuti della sezione la psicologa. "Li ho esortati a non farsi alcuna remora nel caso avessero bisogno di condividere le emozioni, non devono tenersi nulla dentro - spiega il direttore della casa circondariale - In questi casi è importante la condivisione".

 

 

 

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