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Polizia, archivi dati col timer. I termini di conservazione sono estremamente lunghi

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di Antonio Ciccia Messina

 

Italia Oggi, 1 maggio 2017

 

Il parere dell'Autorità garante della privacy sul trattamento delle informazioni. Troppo lunga la data retention da parte delle forze di polizia. È la sintesi del "garante della privacy-pensiero" sullo schema di decreto presidenziale, attuativo del Codice della privacy, dedicato al trattamento delle informazioni da parte delle forze di polizia.
Sotto i riflettori le misure che la polizia deve prendere, per non invadere la riservatezza degli innocenti, quando cerca di stanare criminali. Come la data di scadenza degli archivi. Quando cala l'oblio? O i dati detenuti possono stare in custodia cautelare per l'eternità? No, una scadenza c'è, ma è un countdown lento, lento. Per esempio ci sono 50 anni di tempo per scongelare un cold case, ma arriva a 80 anni la dead-line in caso di condanna e si conta fino a 6 lustri per un atto di indagine.
Un po' troppo, ribatte il garante della privacy, chiamato a esprimere il proprio parere: ma, con il provvedimento n. 86 del 2 marzo 2007 (che non riguarda le polizie locali), il collegio presieduto da Antonello Soro non ha intimato l'alt, spedendo solo un invito a ripensarci. Tra l'altro si è tutti in attesa del recepimento della direttiva europea 2016/680 (scade il 5 maggio 2018) con il quale ci potrà essere la possibilità di qualche ritocco. In gioco c'è il rapporto tra sicurezza e libertà, cioè uno dei temi cruciali del sistema occidentale: e il risultato della frazione vacilla, da una parte, tra un'aspettativa di maggiore sicurezza a scapito del desiderio di maggiore riservatezza e, dall'altra parte, una disponibilità a una minore tutela della tranquillità individuale e collettiva a vantaggio di una maggiore sfera di invalicabilità dei dati e della vita delle singole persone.
Partiamo proprio dal Codice, che si occupa di tutta la privacy, in tutti gli ambiti, privati e pubblici. Tra questi ultimi si occupa anche di trattamenti delle forze di polizia.
Anche la polizia deve rispettare la privacy, anche se in una versione attenuata. La privacy light riguarda i trattamenti di dati personali direttamente correlati all'esercizio dei compiti di polizia di prevenzione dei reati, di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, di polizia giudiziaria, svolti, in base al codice di procedura penale, per la prevenzione e repressione dei reati.
Si tratta di una disciplina leggera perché tantissimi articoli del Codice della privacy non entrano nelle caserme, nei commissariati, nelle procure e simili. Non si applicano le modalità del diritto di accesso e l'informativa, le condizioni di liceità del trattamento prescritte in generale alla p.a., la notificazione al garante, la disciplina sul trasferimento dati all'estero, ricorsi amministrativi e giurisdizionali sull'esercizio dei diritti. I privilegi sono del tutto logici. Ci pensate se il maresciallo dovesse mandare un'informativa "privacy" prima di compiere un pedinamento? Ma versione light della privacy non significa niente privacy. L'articolo 57 del Codice della privacy (del 2003) ha rinviato a un Dpr le modalità di attuazione dei principi della privacy relativamente al trattamento dei dati delle forze di polizia. Lo stato deve, quindi, spingersi a un dettaglio su alcuni temi cruciali per la tutela della libertà del galantuomo (come si diceva per le garanzie del codice di procedura penale). Tra i nodi da sciogliere due sono particolarmente stretti: a) individuazione di specifici termini di conservazione dei dati in relazione alla natura dei dati o agli strumenti utilizzati per il loro trattamento, alla tipologia dei procedimenti nell'ambito dei quali essi sono trattati o i provvedimenti sono adottati; b) uso di particolari tecniche di elaborazione e di ricerca delle informazioni, anche mediante il ricorso a sistemi di indice.
Quanto ai termini di conservazione dei dati personali, il garante dice testualmente che "appaiono... estremamente lunghi, anche se sono stati inseriti alcuni temperamenti indicati sopra, come limitazioni all'accesso ai dati conservati per un tempo pari o superiore ai 30 anni, quando sia decorsa la metà del termine di conservazione".
Insomma, anche se dopo un certo periodo bisogna chiedere un permesso in più per consultare i dati (potranno farlo solo operatori incaricati del trattamento, a ciò autorizzati per il compimento di specifiche operazioni nell'ambito di attività informative, di sicurezza o di indagine di polizia giudiziaria), ciò non toglie che il tempo supera le ragioni di conservazione. E quei dati, lasciati lì, possono attirare malintenzionati o essere abbandonati a loro stessi. La controproposta del garante? Eccola: "Parrebbe, comunque, necessario stabilire termini di conservazione sostanzialmente più brevi, con possibilità di prolungarli nei casi in cui ciò sia effettivamente necessario".

 

 

 

 

 

 

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