Giovedì 17 Gennaio 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Perugia: una voce dal carcere, le poesie dei detenuti di Capanne

PDF Stampa
Condividi

di Bruno Mohorovich

 

umbriaecultura.it, 5 gennaio 2019

 

Le festività natalizie sono appena trascorse nella loro commistione di sacro e profano; siamo entrati nel nuovo anno con il solito bagaglio di buoni propositi - che, come da tradizione, saranno presto disattesi - e ci accingiamo a vivere un nuovo futuro con il suo carico di speranze ed aspettative. Ma, in ogni caso, ciascuno di noi, si porta dentro sempre un qualcosa di questi giorni, nel bene e nel male.

Chi scrive, ha vissuto per qualche ora un momento intenso: sono stato in carcere. No, non fraintendete per favore. Sono un docente del Cpia (Centro Provinciale per l'Istruzione per gli adulti) e si pone come finalità l'alfabetizzazione culturale e funzionale, il consolidamento e la promozione culturale, la motivazione e l'orientamento degli adulti. Tra i suoi obiettivi si pone di contrastare l'analfabetismo di ritorno e funzionale, arricchire e rafforzare le competenze di base e le nuove abilità che possono favorire una partecipazione attiva alla vita sociale. E la sua attività si svolge anche fra le mura del carcere, nella fattispecie nella Casa Circondariale Capanne (Perugia).

E come ogni anno, in occasione delle festività, unitamente ai docenti che svolgono attività fra quelle mura, ci si unisce ai colleghi per portare ai detenuti l'augurio di buone feste. Ora, descrivere l'atmosfera che vi si respira all'interno non è cosa semplice; soprattutto per chi viene da fuori e si trova catapultato in una realtà altra, è un qualcosa di straniante, che - trascorsi pochi minuti - porta chi la vive a riflettere e a meditare su quelle esistenze che vivono la loro quotidianità, pur con le diverse opportunità che vengono loro offerte, sempre uguale, sempre quella.

Eppure, ci si trova di fronte a uomini di varia cultura ed estrazione sociale, che sì hanno commesso dei reati, ma che manifestano la loro umanità, esprimono il loro sentire con un sorriso, un gesto, qualche parola. Un presepe, una tavola imbandita di ogni ben di Dio, sono i segni non solo di un'ospitalità - magari circostanziata - ma di un desiderio di normalità, di far cogliere agli "esterni" che anche loro vivono e, per quello che gli è concesso, sanno come vivere, a dimostrazione che anche loro, hanno avuto una vita, dei sentimenti che perpetuano anche "solo" per continuare a vivere o sopravvivere.

Ed è così che un detenuto porge i suoi auguri con un paio di poesie, riempiendo una pagina bianca che gli concede - e non solo a lui - la possibilità di liberare la sua anima, di lasciar volare i suoi pensieri in spazi che mai saranno chiusi, imprigionati. E fa ancora più male, se non rabbia, pensare che individui che hanno e sviluppano certe loro potenzialità, si siano perduti imboccando una strada che non hanno saputo o potuto percorrere.

 

 

 



06


06

 

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it