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Perché senza la zona grigia la camorra può sparire

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di Raffaele Cantone

 

Il Mattino, 9 febbraio 2019

 

Le parole sulla "zona grigia" che consente alla camorra di trasformarsi in potenza economica, pronunciate all'inaugurazione dell'anno giudiziario del procuratore generale Luigi Riello, toccano un nervo scoperto. A Napoli, come più in generale in tutte le città dalla pervasiva presenza di organizzazioni criminali, il fiancheggiamento della borghesia mafiosa (o para-mafiosa) è purtroppo fondamentale.

La forza di ogni organizzazione mafiosa degna di questo nome, infatti, sta proprio nella capacità di muoversi all'interno di un sistema di relazioni esterno rispetto all'angusto contesto delinquenziale di provenienza. Per riuscire nell'intento, i sodalizi devono riuscire a insinuarsi nel terreno non mafioso, nella parte sana, quindi, del tessuto economico, e quanto più sarà profonda e radicata la penetrazione, tanto più potranno sperare in un duraturo successo. Com'è ovvio, soprattutto in una società complessa come la nostra, questo intento richiede la complicità di una serie imprescindibile di figure professionali, senza le quali il denaro ricavato dalle attività illecite rimarrebbe inutilizzabile come un pacco di banconote fuori corso. Dove potrebbe andare un gruppo di camorristi, spesso abituati al massimo a esibire minacciosamente le loro pistole, senza un libero professionista pronto a far risultare una provenienza lecita al denaro in loro possesso o un consulente finanziario capace di investire (e moltiplicare) il capitale di partenza? Che cosa sarebbero i soldi ricavati dalle estorsioni o dalla droga senza un prestanome, magari un imprenditore dalle buone maniere e incensurato, disponibile a farlo apparire come proprio?

Tuttavia non si tratta solo di ripulire il denaro o di farlo lievitare: in prospettiva questa operazione è indispensabile in particolar modo per sviluppare le condizioni in grado di assicurare quel consenso sociale che rappresenta la vera benzina di ogni gruppo dalle connotazioni mafiose. Trasformare la semplice disponibilità economica in posti di lavoro, ad esempio, rafforza la capacità di presa della camorra sulla società, in particolare nelle aree segnate da una maggiore precarietà esistenziale e occupazionale.

Diversi anni fa l'ex presidente del Senato Pietro Grasso, all'epoca procuratore a Palermo, imputò alla borghesia mafiosa la principale responsabilità della persistenza di Cosa nostra in città. Le sue parole provocarono non poche polemiche, specialmente da parte di chi vi vedeva una indiscriminata criminalizzazione di una intera classe sociale. A prescindere da come la si pensi, e dando per scontato che le generalizzazioni sono un errore, è, però, innegabile che senza una zona grigia di complemento, le mafie sarebbero destinate a morire o quanto meno velocemente a rimpicciolirsi. D'altronde lo ha dimostrato il terrorismo politico: un fiancheggiatore può contare quanto un affiliato entrato in clandestinità, anzi in molte circostanze anche di più. Credo che questa constatazione possa essere pacificamente estesa anche ai semplici conniventi, a quanti fingono di non domandarsi (e non sapere) da dove proviene il denaro che gestiscono o di cui curano gli interessi.

Il momento repressivo è fondamentale nella lotta alle mafie, ma da solo non basta; c'è assoluta necessità che la società civile faccia la sua parte. È troppo comodo lamentarsi della presenza della criminalità e contestualmente sottovalutare il circuito di complicità dei colletti bianchi o peggio ancora esserne sfiorato, come se la cosa non avesse rilievo! Ecco perché non si può che condividere quanto detto dal procuratore Riello sulla necessità di una rivoluzione culturale capace di rendere coscienti della gravità della situazione. Ed ecco perché recidere il legame perverso fra camorra e colletti bianchi è decisivo. Ogni organismo per sopravvivere ha bisogno di ossigeno. Non dimentichiamo mai che alla camorra l'ossigeno lo forniscono anche (e forse soprattutto) tanti insospettabili (non so quanto inconsapevoli).

 

 

 



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