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Padova: violenza, droga e affari sporchi, il libro nero del "Due Palazzi"

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di Donatella Vetuli

 

Il Gazzettino, 6 novembre 2016

 

Traffico di coca gestito dalla cella, la Procura indaga sulla revoca del regime duro a 10 boss.
Cosa si nasconde dietro le sbarre del carcere di Padova: dagli "agenti deviati" ai benefici ai mafiosi. Droga ai detenuti, violenze, affari sporchi di agenti deviati, anche un ergastolano che impartisce ordini agli spacciatori come se fosse in una camera d'hotel. E, ultima di una serie infinita di inchieste, spunta anche quella sul regime morbido concesso a chi è legato alla mafia. Il romanzo criminale del carcere di Padova aggiunge nuovi capitoli a una storia complicata che ha forse nella clamorosa fuga di Felice Maniero, del 1994, la pagina più emblematica.
L'inchiesta - È di questi giorni l'indagine della Procura sull'Alta sicurezza. Il Due Palazzi torna nella bufera proprio per un gruppo di detenuti, oltre dieci, a cui fu concesso, nel 2015, di lasciare il regime duro per quello ordinario, che in un carcere considerato modello per la rieducazione significa lavoro, studio e porte aperte. Provvedimento quanto meno insolito, secondo il Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, sia per il ragguardevole numero dei beneficiari della cosiddetta declassificazione, sia per la loro provenienza e cioè l'irriducibile mondo della criminalità organizzata, di cui erano ritenuti elementi di spicco. Comunque, è oggetto di indagine la scelta di sfrondare l'Alta sicurezza, con il benestare dell'amministrazione penitenziaria e in base - si disse all'epoca - di rigorosi accertamenti socio-familiari su criminali evidentemente redenti dietro le sbarre.
Il Sindacato - "Fui sorpreso anche io - afferma Giovanni Vona, segretario nazionale Sappe per il Triveneto - Informai il sindacato. Erano davvero tanti quei detenuti. Tutti legati a mafia, camorra e 'ndrangheta. Ci risposero che l'area trattamentale, quella educativa per i ristretti comuni, funzionava bene. È vero. Occupazione, studio, permessi, un bel percorso. Ma le maglie dei controlli sono larghissime. Mancano agenti, questo è il problema. In qualche caso siamo figure marginali. Per il periodo di Natale, c'è il rischio che un solo poliziotto, almeno per qualche ora, si ritrovi da solo con 100 detenuti in un regime di vigilanza dinamica, cioè a porte aperte".
Il boss - Aveva ottenuto permessi il siciliano Mario Pace, 57 anni, ergastolano a Padova per omicidio e mafia. Anche lui declassificato e quindi libero di girare fuori del carcere nonché autore di dipinti esposti alla mostra organizzata dal Comune, dal pedagogico titolo Io recluso racconto. Ma da Padova, dice la procura di Catania in una nuova inchiesta, dava ordini e inviava pizzini ai suoi compari per piazzare sul mercato cocaina e marijuana. Studente, poteva usare il computer (internet proibito), sebbene la polizia ne avesse già sequestrato un altro dalla sua cella, e sebbene, dicono gli investigatori, comunicasse ovunque con ingegnosa manomissione del pc. Poteva contare sulla complicità di un altro detenuto. Ordine di custodia cautelare nei suoi confronti solo pochi giorni fa, e trasferimento in altro istituto. Eppure il Due Palazzi, tra i pochi in Italia, è il carcere dove si lavora e si studia, dove i bambini delle elementari ascoltano gli ergastolani per capire come si sbaglia, dove si sfornano panettoni da spedire a papa Francesco, dove i tossicodipendenti hanno effettiva possibilità di riabilitazione, tra medici e psicologi, dove sono tanti gli agenti a sobbarcarsi onestamente un impegno da trincea. È anche il carcere dove un detenuto romeno ha conquistato, l'altro giorno, la laurea con una tesi in Ingegneria informatica.
Festini e droga - L'altra faccia, quella feroce, si svela a sorpresa, ma con regolare cadenza, tra rivolte, suicidi, indagini che coinvolgono nella stessa misura detenuti e agenti, perché lì, tra corridoi infiniti e anguste celle, sono stati trovati droga, decine di cellulari, chiavette usb, filmini porno. E anche alla luce di questi scandali, di un bazar dove tutto si poteva comprare almeno fino a pochi anni fa, si optò per la chiusura dell'Alta sicurezza. Ma il girone infernale apre i suoi catenacci nel luglio del 2014.
Quindici arresti tra agenti carcerari e detenuti, 50 indagati. Si poteva spacciare di tutto al Due Palazzi, svelarono gli investigatori della Mobile, tra cocaina e ecstasy in una bolgia di festini, ma pure di ricatti, pestaggi, violenze. Il boss, detto anche uomo brutto, era l'assistente capo di polizia penitenziaria Pietro Rega. Secondo l'accusa, era lui che muoveva le fila dall'alto del suo ruolo di comando al quinto piano. Da lì dirigeva, con la complicità di altri agenti, il commercio di stupefacenti e di computer indispensabili, per un gruppo di detenuti, a rinsaldare i rapporti con la malavita. Come Gaetano Bocchetti, il camorrista.
Rega fu poi condannato, nel luglio 2015, a 10 anni e 10 mesi di reclusione, un quinto dei 51 anni inflitti complessivamente a 13 imputati, tra giudizi abbreviati e patteggiamenti. La pena fu poi ridotta a 6 anni e 8 mesi. Si uccise invece Paolo Giordano, la guardia che girava filmini a luci rosse per poi smerciarli al lavoro: poco prima di un interrogatorio venne trovato nel suo alloggio, polsi e gola tagliati. Suicida anche il detenuto Giovanni Pucci: collaborò con gli inquirenti ma poi si impiccò in cella. Troppe pressioni, oppure la disperazione? Molti riferirono agli investigatori cosa il carcere nascondesse, altri si rintanarono nel silenzio. Altri ancora scivolarono nell'assenteismo. Non è mancata un'altra inchiesta sui falsi malati. Dodici gli agenti iscritti nel registro degli indagati, cinque i medici ritenuti compiacenti. Centinaia i certificati sequestrati.
I numeri - Se le condanne hanno spazzato via molto del marcio, quel girone infernale riappare puntuale come una maledizione: l'ultimo sequestro di un cellulare è avvenuto sabato scorso. Controlli e ispezioni, certo, ma si ritorna alla regola di sempre del sovraffollamento di carcerati e alla speculare mancanza di personale in divisa. Nella casa di reclusione sono ristretti 595 detenuti (per 450 posti), mentre gli agenti di polizia penitenziaria in servizio sono 300. Al circondariale si trovano invece 200 carcerati, con 140 poliziotti. "Siamo sottorganico - denuncia Giampietro Pegoraro, coordinatore regionale Cgil funzione pubblica.
Solo a Padova mancano complessivamente 300 agenti. Anche gli amministrativi sono in calo, c'è un unico ragioniere per la casa di reclusione, dove deve anche occuparsi delle buste paga dei detenuti. Dobbiamo sostenere turni pesanti con un carico di stress notevole. In quattro anni si sono suicidati due di noi. Ma mancano centri di ascolto che offrano un sostegno adeguato a chi si trova in situazioni difficili, tra cui anche le aggressioni fisiche".
E anche un tentato omicidio. Il detenuto Costantino Carta, 56 anni, sparò a un'agente di polizia penitenziaria in servizio nella sezione del carcere dove era ristretto. L'11 giugno 2014, durante un permesso premio, armato di pistola raggiunse la donna, di cui era invaghito, nella sua abitazione e la ferì gravemente. Qualche giorno fa il processo: condanna a 15 anni e due mesi. Era in carcere per avere assassinato la sua amante.
E in quei palazzoni di cemento, a iniziare dalle gesta di Faccia d'angelo, che uscì dal portone con l'aiuto di una guardia corrotta, le falle non sono mai mancate. Sembra una vecchia barzelletta, ma non lo è, la fuga di un marocchino, nel 2010, che sparì usando le lenzuola per calarsi dal muro di cinta. E, ancora, ha del leggendario, per via del suo record di 5 fughe, l'impresa del rapinatore Max Leitner, già conosciuto come il re delle evasioni, che nel 2002 si dileguò durante un permesso premio. Non era la prima, ma la terza evasione.

 

 

 

 

 

 

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