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Padova: il giudice della Consulta Luca Antonini incontra i carcerati

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di Paolo Possamai

 

Il Mattino di Padova, 14 marzo 2019

 

Ciclo di incontri in carcere per dimostrare che la Corte non conosce muri. Da principio, lo scorso anno, i giudici della Consulta hanno voluto incontrare gli studenti, adesso è il turno dei carcerati. Un "Viaggio in Italia" che non ha precedenti nella storia della Corte costituzionale. Domani il percorso include il carcere di Padova e a rappresentare la Corte è Luca Antonini, 55 anni, trevigiano di residenza e docente al Bo in Diritto costituzionale.

 

Qual è la ratio e il fine di questo ciclo di incontri nelle carceri promosso dalla Corte?

"È quella di dimostrare che la Costituzione e la Corte costituzionale non conoscono muri e non si fermano davanti alle porte del carcere. Si tratta come lei ha detto di un ciclo di "incontri", non di "visite", per portare i valori che la nostra Costituzione esprime e che le sentenze della Corte hanno attualizzato, definendo un volto costituzionale della pena. Grazie alla rivista Ristretti orizzonti ho potuto conoscere le storie di alcuni detenuti. Mi è ritornato alla mente uno scritto del grande Carnelutti che distingueva il delinquente e il carcerato: il delinquente mi ripugna, in certi casi mi fa orrore, diceva, ma quando quella stessa persona diventa carcerato, quando il diritto ha ristabilito il suo vigore, riappare l'uomo e allora nasce, dall'orrore, la compassione".

 

L'articolo 27 della costituzione parla espressamente del carcere quale strumento di rieducazione; ma i numerosi richiami ricevuti dall'Italia in tema di gestione delle carceri e di condizioni di vita del detenuto indicano una ben differente realtà.

"È un tasto dolente. La Corte costituzionale, anche di recente, ha corretto meccanismi legislativi che si ponevano in contrasto con la finalità rieducativa. Ha affermato che "la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss'anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento". A volte però, come dice lei, ci sono condizioni fattuali che mettono in dubbio non solo la dignità del carcerato, ma quella della umanità stessa. La sentenza Torreggiani della Corte Edu pesa sul nostro Paese e lo interroga. Le risposte dovrebbero essere tante, ma tra queste non bisogna sottovalutare quelle esperienze rieducative che permettono di abbassare radicalmente la recidiva. Ho letto un recente rapporto della Corte dei Conti dove si constata che l'inserimento lavorativo dei detenuti nelle cooperative sociali e imprese non profit, che è stato permesso dalla Legge Smuraglia, abbatte la recidiva dal 70% al 10%".

 

Entriamo nel concreto di questa prima stagione da giudice della Consulta: quali sono gli aspetti salienti di questa esperienza?

"Sono passati otto mesi da quando il Parlamento, con 685 voti su 800 votanti, mi ha eletto, mostrando un gradimento non solo della maggioranza ma anche di gran parte dell'opposizione. In questo tempo mi sono reso subito conto della grande responsabilità affidata: diceva un giudice della Corte suprema americana "non abbiamo l'ultima parola perché siano infallibili, ma siamo infallibili solo perché abbiamo l'ultima parola". Le nostre sentenze non riguardano persone, ma leggi che si applicano a migliaia di persone. Avere l'ultima parola non è un compito facile: non è raro che la decisione di una questione mi porti via tantissime energie e anche il sonno la notte. Prima era più semplice: avevo avviato uno studio di avvocati che si era molto ben affermato e facevo il professore. Ho chiuso lo studio e sospeso l'insegnamento: ora lavoro più di prima ma per servire la nostra Costituzione, che è così magnifica".

 

Nel corso di questo primo tratto di strada, la Consulta ha pronunciato varie sentenze che hanno generato forte discussione: tra le altre citiamo quella sulla legge Merlin in tema di prostituzione.

"La Corte ha preso la decisione e l'ha comunicata: non sono fondate le questioni sollevate sulla punizione penale dello sfruttamento e il favoreggiamento della prostituzione, che nel caso riguardava il fenomeno delle cosiddette escort. La sentenza con le motivazioni, però, ancora non è stata depositata: è in discussione".

La dilazione di un anno della decisione in merito al cosiddetto caso Cappato che senso ha avuto?

"Ha avuto il senso di permettere in prima battuta al Parlamento di intervenire, in ossequio alla sua discrezionalità, fissando nel contempo una nuova udienza al 24 settembre 2019, in esito alla quale potrà essere valutata l'eventuale sopravvenienza di una legge che regoli la materia in conformità alle esigenze di tutela segnalate dalla Corte".

 

Qual è il suo punto di vista a proposito della richiesta di maggiore autonomia formulata da Veneto, Lombardia e Emilia?

"Senza il referendum veneto, legittimato da una sentenza della Corte, credo che il dibattito su un articolo, inattuato, della Costituzione, qual è l'art. 116, non si sarebbe mai aperto. Proprio per l'eventualità che lei riferisce, però, non posso davvero dire nulla al riguardo".

 

Infine un tema che attiene a un altro suo ruolo: da docente di giurisprudenza all'università di Padova, quali dovrebbero essere a suo avviso i punti qualificanti di una strategia di rilancio di una facoltà tanto importante storicamente quanto in evidente declino?

"Il declino è stato impressionate: Carnelutti, prima citato, è stato professore in questa Facoltà. C'è stata l'incapacità di mantenere attuale una tradizione altissima. Questo dovrebbe portare a una radicale messa in discussione. Siccome però chi si deve riformare, difficilmente si riforma, si dovrebbe accettare pienamente quanto sta suggerendo, con molta lungimiranza, il Rettore, Sarino Rizzuto, su percorsi di studio più attuali. Nello stesso tempo si dovrebbero valorizzare i talenti e i giovani, e prendere a modello chi, ad esempio come Mario Bertolissi, incarna una dedizione per gli studenti all'altezza dei grandi maestri che hanno illuminato questa Facoltà".

 

 

 

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