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Noi, il Paese che odia lo straniero

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di Linda Laura Sabbadini

 

La Stampa, 15 aprile 2019

 

Vi sembrerà strano che la maggioranza delle popolazioni dei Paesi a più alta attrazione di migranti sostenga che gli immigrati sono una forza per il loro Paese in termini di lavoro e di talenti. Vi sembrerà strano, perché in Italia non è così. Accade, secondo una interessante ricerca del Pew Research Center, in vari Paesi avanzati: Usa, Australia, Francia, Germania, Regno Unito. Ma non nel nostro.

C'è dell'altro. L'Italia è uno dei Paesi che più considera l'arrivo dei migranti un rischio per il terrorismo (60%). Eppure non abbiamo avuto attentati terroristici sul nostro territorio. La Francia ne ha avuti non pochi, ma questa percezione di rischio è più bassa (39%).

Ma allora che cosa può aver contribuito a questa così diversa percezione? E proprio nel Paese che trae origini dall'Antica Roma che faceva suo punto di forza l'integrazione delle popolazioni conquistate, seppur così diverse da quella romana! Che cosa è successo in questo Paese che fino a pochi anni fa si distingueva per la sua apertura ai migranti e per la diffusione della cultura civile e cristiana dell'accoglienza?

Ci sono vari elementi che vanno considerati insieme. Primo. L'Italia è un Paese di più recente immigrazione rispetto a Francia, Regno Unito, Usa, Canada, ed ha anche meno immigrati in proporzione. L'inserimento dei migranti è avvenuto nei settori meno qualificati e in molti lavori che gli italiani normalmente non vogliono fare. Si è creato un mercato del lavoro duale e i migranti si sono inseriti in lavori svalorizzati, con livelli di sfruttamento elevati, quasi invisibili e poco considerati dagli italiani.

Ciò ha contribuito a non far percepire il valore del loro contributo al nostro Paese. Secondo. Non è secondario valutare quando questo sentimento di chiusura è cresciuto. È aumentato proprio negli anni di una crisi che è stata più intensa e più lunga di quella dei Paesi citati.

Anche dopo l'uscita dalla recessione il Pil è cresciuto in media di 0.3% a trimestre e non ha ancora raggiunto il livello pre-crisi. A ciò va aggiunto il fatto che la crisi sociale permane, e dopo aver portato il raddoppio dei livelli di povertà nel 2012 non è mai più diminuita, anzi. Una crisi che perdura provoca forte aumento di incertezze e paura del futuro.

Terzo. L'aumento degli arrivi di immigrati e richiedenti asilo si è inserito in questo contesto. Ampi segmenti di popolazione che avevano visto la loro situazione peggiorare si sono spaventati di fronte all'arrivo di altre persone bisognose di aiuto e di lavoro, non vedendo contemporaneamente miglioramenti nella loro situazione. E così il sentimento di incertezza e di paura prodotto dalla forte crisi si è ulteriormente accentuato.

Quarto. Le forze politiche che governavano non si sono rese conto della grande sofferenza prodotta dalla crisi, non hanno agito tempestivamente per contrastare la povertà e il peggioramento della situazione di strati ampi di popolazione. Ciò ha accentuato la sfiducia e ha aperto la strada all'affermazione di forze che hanno alimentato la paura dell'immigrazione, mostrandola come causa della sofferenza sociale e della mancanza di sicurezza.

In tali condizioni non c'è da aspettarsi una inversione di tendenza nell'opinione pubblica se non si aggrediscono le cause del malcontento e della sfiducia. Se non si mette in campo una straordinaria mobilitazione della società civile e di risorse per ricostruire una struttura sociale inclusiva e sostenibile, la chiusura verso i diversi si accentuerà e sarà sempre più difficile recuperare un clima sociale di serena convivenza. Un monito per tutti. Un monito per l'Europa che verrà.

 

 

 

 

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