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Nelle prigioni italiane ci sono troppi malati

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di Claudia Osmetti

 

Libero, 10 luglio 2018

 

Cinquemila detenuti con l'Hiv, 6mila con l'epatite B, 30mila con l'epatite C, addirittura 42mila con disturbi mentali. E gli istituti di vena non sono attrezzati. Non c'è mica solo Marcello Dell'Utri. Per l'ex senatore di Forza Italia le porte del carcere di Rebibbia si sono (finalmente) aperte: 77 anni, una malattia oncologica e una patologia cardiaca gli hanno permesso di accedere ai domiciliari qualche giorno fa. Chiariamo subito: è una bella notizia. Non perché si tratta dello storico braccio destro di Silvio Berlusconi, ma perché si tratta di un essere umano. Malato, per giunta. E quindi "incompatibile con la vita penitenziaria".

Già. Ma quanti Marcello Dell'Utri ci sono nelle galere tricolori? Ogni anno, dietro le sbarre dello Stivale, muoiono più di cento persone. Persone, in questo caso, non delinquenti: a causa di un infarto, di un malanno che non è stato curato troppo bene, di un deperimento fisico che è la direna conseguenza di un male cronico gestito non nel migliore dei modi. Lo mette nero su bianco un report di Ristretti Orizzonti, il sito che da anni monitora quello che avviene dentro le celle italiane.

E la fotografia è davvero impietosa: due detenuti su tre dovrebbero trovarsi in ospedale, non in carcere. Molti di loro non sanno nemmeno di essere malati, il 77% della popolazione carceraria attualmente al gabbio potrebbe soffrire di disturbi mentali.

Il sovraffollamento non è il solo problema sulla scrivania del neo guardasigilli Alfonso Bonafede (M5S), pure l'aspetto sanitario rischia di tramutarsi in una bella gatta da pelare. Tanto per cominciare ci sono le infezioni: 5mila prigionieri hanno l'Hiv, 6.500 l'epatite B, 30mila (30mila!) l'epatite C.

La metà degli stranieri che stanno scontando una pena (e sono il 34% del totale) è alle prese con la tubercolosi. Basterebbe un minimo di umanità. Che non significa necessariamente resettare la fedina penale e perdonare l'imperdonabile. Ma non chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza altrui, anche a quella di un "delinquente". Dell'Utri è solo il caso più eclatante, la punta di un iceberg sommerso che non ha la fortuna di finire sui giornali e nei tg nazionali.

Cancro, leucemia, diabete, epilessia. Per un Dell'Utri che ce l'ha fatta (ribadiamo: per fortuna) c'è un Daniele Zoppi che nel 2014 è morto nella casa circondariale di Montacuto (Alessandria) con una cartella clinica che avrebbe dovuto mandarlo dritto dritto in ambulatorio. Altroché. Tre ernie al disco, una stenosi lombare, disturbi vari legati all'obesità non gli hanno garantito il trasferimento in una struttura sanitaria. Ed è morto circondato dai secondini.

Loro, intendiamoci, fanno quel che possono: è il sistema che lascia impietriti. Lo certificano, tra l'altro, pure la Simspe (la Società italiana di medicina penitenziaria) e la Sip (la Società italiana di psichiatria). A sentire Francesco Ceraudo, presidente dell'Associazione medici penitenziari recentemente chiamato in causa dal quotidiano Il Tempo, c'è davvero da mettersi le mani nei capelli: "Con i tagli alle risorse e la diminuzione del personale che è già insufficiente di suo", spiega il professore, "non è più possibile garantire al detenuto quel diritto alla salute sancito dalla Costituzione". Non è un vanto di un Paese civile. Il 17% dei detenuti in Italia combatte contro una malattia osteoarticolare, il 16% una cardiovascolare, l'11% ha problemi metabolici, il 10% dermatologici.

 

 

 

 

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