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Napoli: liberare le case occupate dai clan, la sfida che la città deve vincere

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Ernesto Mazzetti

 

Il Mattino, 2 dicembre 2018

 

Credo che ne vedremo delle belle (si fa per dire) se e quando comincerà a Napoli l'operazione "Case Pulite" annunciata dal vice premier Salvini nella sua visita d'un mese fa. In effetti l'operazione è già in corso nel Paese. La guerra al fenomeno delle case di proprietà pubblica occupate abusivamente - perché di questo si tratta - era stata proclamata sin da settembre, allorché il vice premier e ministro dell'Interno dispose in ogni provincia il censimento di tutti coloro che tali case illegittimamente abitano. Con l'obiettivo finale di espellerli "manu militari".

Città per città, rione per rione, a Milano, Roma, Palermo, ed altre. Tra cui Napoli, naturalmente, dove le occupazioni definite "senza assegnazione legittima" riguardano secondo il Viminale 80 immobili. Numero imponente. È venuto crescendo negli anni; vertiginosamente dopo il terremoto dell'80 e più di recente alimentato dall'afflusso di immigrati, soprattutto africani. "Ripulire" una situazione siffatta è impresa immane.

Perché il fenomeno è stato lasciato degenerare negli anni da autorità locali inclini a tollerare; propense semmai a lucrare consensi elettorali con più o meno esplicite promesse di sanatorie. Quieto vivere? Le direi scelte silenti quanto dannose. Alla popolazione di Napoli e d'altre contrade del Sud storia e cronache hanno imposto perenne convivenza col bisogno e il disagio, alimentando attitudini al compromesso per soddisfare necessità primarie. La casa, anzitutto. Da conseguire con ogni mezzo, anche al di là della legge.

Semmai assoggettandosi a logiche e metodi di quanti dell'illegalità fanno pratica di vita, di guadagno e di potere. Era fatale che la camorra divenisse regolatrice del fenomeno dell'abusivismo in area napoletana, suo territorio di concentrazione. Esautorati gli uffici preposti a costruire e gestire il patrimonio residenziale pubblico, stracciate nei fatti le graduatorie degli aventi diritto secondo legge, il controllo camorristico s'è esteso a vaste porzioni del tessuto urbano, anche con cruenti conflitti tra bande per il dominio in quartieri e rioni. Alla pavida, talvolta collusa inazione dei poteri locali, s'è purtroppo accompagnata negli anni colpevole disattenzione dei governi.

Fermi o inadeguati nuovi programmi di edilizia popolare. E così, ogni caseggiato, ogni singolo alloggio sulle quali una qualche banda metteva le mani, occupandolo in proprio o decidendo a chi destinarlo, ha rappresentato una sconfitta dello Stato. A Napoli e altrove. Più sfiduciati i cittadini perbene. Più tracotanti i malavitosi. Che fossero maturi i tempi per fronteggiare questa deriva e recuperare prestigio allo Stato lo si era avvertito anche prima della proclamata operazione salviniana. Nell'agosto d'un anno fa, il ministro Minniti autorizzò lo sgombero di cento famiglie immigrate dal palazzo che occupavano nei pressi della stazione di Roma.

La sindaca Raggi ha promesso indagini su altri cento immobili, pubblici e privati, occupati abusivamente. A Firenze la Cassazione ha dato via libera allo sgombero di 50 alloggi, annullando la sentenza d'appello che giustificava le autorità locali nel ritardare lo sfratto di occupanti abusivi per motivi d'ordine pubblico.

A Taranto, prima città nell'applicare concretamente l'operazione "Case Pulite", il Comune programma 44 sgomberi al mese per sfrattare 9000 abusivi. Ultimo, in ordine di tempo, ma ben più clamoroso, lo sgombero a Roma del clan Casamonica e la demolizione delle loro otto ville. Pittoresca quanto pericolosa, questa folta famiglia d'etnia sinti le aveva costruite, indisturbata per anni, accanto ai resti d'un antico acquedotto.

E Napoli? Il mirino è ora puntato sul parco di case popolari Conocal, nel quartiere Ponticelli: 420 appartamenti in gran parte gestiti da un paio di clan, in un turbinio di occupazioni abusive, espulsioni di assegnatari legittimi, giri di danaro. Il censimento è stato fatto dal Comune, con prefettura e magistratura. Una volta individuato nel Conocal il primo obiettivo, lo Stato non potrà fermarsi. È obbligato a procedere. Ma pur scontata la buona volontà, è facile arguire che restino incertezze sui tempi.

Anzitutto per verificare con chiarezza chi abita regolarmente (una minoranza), e chi per imperio di camorra. Poi superando inevitabili effetti collaterali: proteste, blocchi stradali, ostensione di vecchi infermi e infanti piangenti. Scenari inevitabili in un ambiente dove situazioni di oggettivo disagio sociale si mescolano ad un contesto prevalentemente malavitoso.

Quindi assicurando uomini e mezzi per l'ordine pubblico. Mostrando fermezza politica verso probabili azioni di disturbo dell'onnipresente associazionismo di contestazione. Non tralasciando adeguate misure di solidarietà e sistemazioni provvisorie in favore dei soggetti più deboli e incolpevoli. L'impresa è difficile, ma doverosa se si vuol mostrare che lo Stato non cede alla camorra. Lasciarla fallire o svanire in tempi indefiniti sarebbe nuova umiliazione per Napoli e le istituzioni.

 

 

 



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