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Condividi Redattore Sociale, 1 febbraio 2012
Saliceta San Giuliano e le strutture staccate di Castelfranco e Sulmona ospitano 362 persone. A raccontare la loro vita è stato il servizio di Alberto Maio su 7 Gold. Si trova a Saliceta San Giuliano, nel modenese, l’ultima Casa di lavoro rimasta oggi in Italia. Una struttura che ospita 362 “internati” in totale, divisi, oltre a Saliceta, tra le sezioni di Castelfranco e Sulmona, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia. Strutture dimenticate da tutti, soprattutto dalle istituzioni. “Ergastoli bianchi” li chiamano. Dove nemmeno si sa qual è il tempo medio di permanenza degli internati: “Questo è uno degli aspetti più sconcertanti, per questo la casa lavoro è peggio di un carcere. Gli internati sanno quando entrano ma non quando escono” denuncia Costante Gelmuzzi, volontario a Saliceta. Ma cosa si intende esattamente per casa lavoro? A raccontarlo un servizio di Alberto Maio con il suo “Speciale TG7” andato in onda su 7 Gold: “Ho scelto questo tema proprio perché si sta riaprendo in Italia il dibattito sulle carceri. Con questo servizio ho voluto raccontare la situazione delle case lavoro, cadute ormai nel dimenticatoio da troppo tempo - spiega Maio, giornalista, 27 anni. È infatti un carcere a tutti gli effetti la Casa di lavoro, con la differenza che coloro che si trovano all’interno non si chiamano detenuti, ma “internati”. Un vero e proprio limbo dal quale gli stessi internati hanno recentemente alzato la voce per farsi sentire dalle istituzioni. È infatti del 20 gennaio la lettera inviata al ministero della Giustizia da 55 detenuti della casa lavoro per protestare contro il disagio e la situazione in cui si trovano: “L’internato altri non è se non un ex detenuto - scrivono. Destinato alla casa lavoro, quindi a un’ulteriore privazione della libertà, dopo aver espiato per intero la pena detentiva per cui era stato destinato per una violazione penale”. Secondo Tommaso Giupponi, costituzionalista dell’Università di Bologna intervistato da 7 Gold, “la casa lavoro è una delle modalità attraverso cui il nostro sistema penale prevede di rieducare le persone socialmente pericolose dopo una pena già scontata regolarmente in carcere. Un’istituzione che nasce durante il regime fascista, nel 1930. All’epoca vennero introdotte accanto alle pene le misure di sicurezza che avevano una più marcata finalizzazione di rieducazione. La casa di lavoro prevedeva proprio la necessità di indurre gli internati a una progressiva risocializzazione, e per questo non è uno strumento di cura o di rieducazione: calpesta i principi di dignità del cittadino ed è costituzionalmente incoerente”. Durante la detenzione a Saliceta San Giuliano, gli ex detenuti dovrebbero essere rieducati alla socializzazione e al reinserimento in società. Oltre alle attività all’interno dell’istituto, viene così concessa loro una licenza di 30 giorni all’anno: “Durante questo periodo devono dimostrare di volersi reintegrare nel territorio. Il periodo di licenza viene poi esaminato dalla commissione per capire il grado di pericolosità dell’internato”, spiega Annamaria Colembo, educatrice presso la casa di Saliceta. È questo uno dei passi, previsti dal trattamento, per concludere il periodo di detenzione. Concluso il periodo di licenza, si passa alla fase di sperimentazione: “Questa fase finale prevede una durata di sei mesi, durante i quali la persona prova a reinserirsi attraverso il lavoro. Soltanto alla fine di questi sei mesi si arriva a una decisione definitiva, ma le proroghe continuano a essere molto numerose”. Come un “ergastolo bianco”, “un meccanismo che si inceppa”, lo definisce Maio nel servizio. I tempi sono lunghi, forse troppo, come racconta uno degli internati intervistati da Maio: “Sono qui dal ‘97 e non so se uscirò mai. Ogni volta che viene fissata la data della mia scarcerazione arriva una proroga”. Anche se ritenuti idonei, accade che l’aggancio esterno per trovare un’occupazione non c’è, così la commissione proroga la loro pena in attesa di inserirli in società. Ma chi sono questi internati? Perché vengono definiti “socialmente pericolosi”? È questa una delle questioni più controverse: “Quasi l’80% dei detenuti è tossicodipendente. Non stiamo parlando di killer, stupratori e pedofili ma di gente che ha commesso reati a causa del proprio disagio sociale, in psicologia vengono definite personalità con struttura borderline. Dovrebbero essere seguiti all’interno di una struttura psichiatrica, non stare qui” spiega Federica Dallari, direttrice della casa lavoro. Una struttura in cui non tutti hanno realmente qualcosa da fare: degli 88 ex detenuti presenti a Saliceta, infatti, soltanto 20 di loro hanno un’occupazione. Di questi 14 di loro sono in fase finale di sperimentazione, 2 sono impegnati in una cooperativa sociale, 4 si dedicano alla cura dell’orto del centro. Il resto come trascorre il loro tempo? “Giochiamo a pallone - dice uno di loro con un sorriso ironico - è l’unico svago qui”. Un altro dice di occuparsi della cucina, uno delle pulizie, un altro passa la sua giornata a letto o guardando la tv. A questo si aggiunge però il lavoro degli operatori del centro che aiutano e sostengono i reclusi facendo ripassare loro anche qualche materia scolastica: “Sto ripassando le elementari” scherza qualcuno. La casa lavoro di Saliceta sembra esser caduta nell’oblio: “Quando abbiamo deciso di fare il servizio televisivo, gli stessi operatori sociali ci hanno chiesto il motivo della nostra scelta. Sono stati i primi a dirci che secondo loro non sarebbe interessato a nessuno” conclude Maio. Amare le conclusioni di Desi Bruno, garante dei diritti dei detenuti dell’Emilia Romagna: “Le case lavoro dovrebbero essere chiuse perché non hanno una vera funzione sociale. Non c’è lavoro, e quindi sono una contraddizione”.
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