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Minori: la lunga detenzione della madre giustifica lo stato di adottabilità

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di Mario Finocchiaro

 

Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2018

 

Corte di cassazione - Sezione I civile - Sentenza 19 gennaio 2018 n. 1431. Lo stato detentivo di lunga durata (nella specie: sedici anni) della madre costituisce una causa di forza maggiore non transitoria che, oggettivamente, impedisce un adeguato svolgimento delle funzioni genitoriali, incidendo negativamente sul diritto del minore di vivere in un contesto familiare unito e sereno negli anni più delicati della sua crescita e giustifica pertanto la declaratoria dello stato di adottabilità del minore stesso. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 1431/2018.

Analogamente, per l'affermazione che in tema di adozione, lo stato di detenzione del genitore non integra gli estremi della forza maggiore di carattere transitorio (ipotizzata dall'ultima parte del comma 1 dell'art. 8 della l. n. 184 del 1983), la cui sussistenza, trascendendo la condotta e la volontà del soggetto obbligato, giustifica la mancata assistenza del minore, in quanto tale stato deve ritenersi imputabile alla condotta criminosa dal genitore stesso, volutamente posta in essere nella consapevolezza della possibile condanna e carcerazione, Cassazione, sentenze 10 giugno 1998, n. 5755; 11 marzo 1998, n. 2672; 22 luglio 1997, n. 6853 e 27 maggio 1995, n. 5911.

Sempre sulla questione specifica (peraltro con riferimento a una ipotesi di temporaneo stato di detenzione del genitore), nel senso che il diritto del minore a crescere ed essere educato nell'ambito della famiglia di origine, considerata l'ambiente più adatto per un armonico sviluppo psicofisico, pur dovendo essere garantito anche mediante la predisposizione di interventi diretti a rimuovere situazioni di difficoltà e di disagio familiare, incontra i suoi limiti in presenza di uno stato di abbandono, ravvisabile allorché i genitori e i parenti più stretti non siano in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie, né di assicurare l'adempimento dell'obbligo di mantenere, educare e istruire la prole, cosicché la rescissione del legame familiare costituisca l'unico strumento idoneo a evitare al minore un più grave pregiudizio e a garantirgli assistenza e stabilità affettiva, Cassazione, sentenza 2 ottobre 2015, n. 19735, in Guida al diritto, 2015, f. 48, p. 57, ove la precisazione che la configurabilità di tale situazione non può essere esclusa in virtù dello stato di detenzione al quale il genitore sia temporaneamente assoggettato, trattandosi di una circostanza che, in quanto imputabile alla condotta criminosa del genitore stesso, volutamente posta in essere nella consapevolezza della possibile condanna e carcerazione, non integra gli estremi della causa di forza maggiore di carattere transitorio individuata dall'articolo 8 della legge n. 184 del 1983 quale causa di giustificazione della mancanza di assistenza.

Sempre in argomento, in altra occasione, si è osservato (in una ottica parzialmente diversa) che in tema di adozione, l'art. 1 legge 4 maggio 1983 n. 184 (nel testo sostituito dalla legge 28 marzo 2001 n. 149) sancisce il diritto del minore di crescere e di essere educato nell'ambito della propria famiglia naturale, e mira a rendere effettivo questo diritto attraverso la predisposizione di interventi solidaristici di sostegno in caso di difficoltà della famiglia di origine, onde rimuovere le cause, di ordine economico o sociale, che possano precludere, in essa, una crescita serena del bambino. In questo contesto - di valorizzazione e di recupero, finché possibile, del legame di sangue, e anche dei vincoli, come quelli con i nonni, che affondano le loro radici nella tradizione familiare, la quale trova il suo riconoscimento nella Costituzione (art. 29) - si rende necessario un particolare rigore, da parte del giudice del merito, nella valutazione della situazione di abbandono del minore quale presupposto per la dichiarazione dello stato di adottabilità, a essa potendosi ricorrere solo in presenza di una situazione di carenza di cure materiali e morali, da parte dei genitori e degli stretti congiunti (e a prescindere dall'imputabilità a costoro di detta situazione), tale da pregiudicare, in modo grave e non transeunte, lo sviluppo e l'equilibrio psico-fisico del minore stesso, e sempre che detta situazione sia accertata in concreto sulla base di riscontri obiettivi, non potendo la verifica dello stato di abbandono del minore essere rimessa a una valutazione astratta, compiuta ex antea, alla stregua di un giudizio prognostico fondato su indizi privi di valenza assoluta. Da tanto consegue che - ove la madre del bambino sia impedita, a causa del suo stato di detenzione, destinato a protrarsi per un periodo di lunga durata, a prendersi cura del proprio figlio (non riconosciuto dal padre), ma si mostri sensibile alle esigenze affettive di questo, tanto da determinarsi a chiederne l'affidamento alla propria madre, già affidataria di altro figlio della donna, onde evitare di recidere definitivamente ogni legame con lui - la dichiarazione dello stato di abbandono del minore non può discendere dal mero apprezzamento negativo della personalità della nonna materna, in ipotesi anche di età avanzata, con la quale il bambino abbia convissuto instaurando significativi rapporti, ove non risultino elementi concreti realmente in grado di incidere negativamente sul processo di evoluzione, fisica e intellettuale, del bambino, impedendone una crescita serena e un accudimento adeguato, Cassazione, sentenza 14 maggio 2005 n. 10126, in Giustizia civile, 2006, I, p. 2487.

Per la giurisprudenza costituzionale, nel senso che "questa Corte ha già avuto modo di affermare che la garanzia della convivenza del nucleo familiare si radica nelle norme costituzionali che assicurano protezione alla famiglia e in particolare, nell'ambito di questa, ai figli minori; e che il diritto e il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, e perciò di tenerli con sé, e il diritto dei genitori e dei figli minori ad una vita comune nel segno dell'unità della famiglia, sono (...) diritti fondamentali della persona che perciò spettano in via di principio anche agli stranieri, cui si riferisce l'art. 4 della legge n. 943 del 1986, Corte cost., sentenza 26 giugno 1997, n. 203, in Guida al Diritto, 1997, f. 26, p. 28, con nota di Giacalone, Il diritto del minore ad abitare con la famiglia è una timida apertura verso le unioni di fatto.

 

 

 

 

 

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