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Milano: "Ha ucciso Tebaldo, che pena merita?", i ragazzi dell'Ipm processano Romeo

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di Brunella Giovara

 

La Repubblica, 2 dicembre 2018

 

Shakespeare riscritto per l'istituto minorile. Confronto tra giudice, legali e testimoni. E per il 16enne si decide la messa in prova. Niente balcone sotto la luna, niente costumi di velluto, qui si parla di omicidio. Imputato, tale Montecchi Romeo di sedici anni, accusato di aver ammazzato con un coltello un certo Tebaldo.

Fatti successi a Verona, forse qualcuno se li ricorda. E c'era di mezzo anche una ragazzina di 14 anni non ancora compiuti, Giulietta, una che poi si è uccisa, poveretta. Ma lei non c'è, su questo palcoscenico. C'è il dopo, quello che Shakespeare non poteva immaginare, avendo scritto The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet nell'anno 1596. Non c'era un processo speciale per i minorenni, o l'istituto della messa alla prova, il ragazzo che sgarrava finiva in galera con gli altri e poi sotto la mannaia, e solo per un colpo di fortuna il Montecchi in questione veniva condannato all'esilio.

Qui Romeo viene processato come si deve. Ha un avvocato difensore, un giudice, anzi più giudici, e assistenti sociali, consulenti della difesa, psicologi. Il tutto è andato in scena ieri sera nell'istituto penale Beccaria di Milano. Un minorile. Centosettanta spettatori, una trentina di persone al lavoro da tempo per costruire questo "Romeo Montecchi, colpevole o innocente?", laboratorio teatrale in collaborazione con l'associazione Puntozero.

Gli attori, venti studenti della Statale e dodici coetanei detenuti (al minorile si sta anche dopo il raggiungimento della maggiore età), mescolati tra di loro, in un singolare esperimento non solo teatrale, tanto che "è venuto fuori il lato più crudo di noi stessi, questo ho pensato pochi giorni fa", dice Margaret Rose, docente di Storia del Teatro inglese con la collega Mariacristina Cavecchi. "Nessun testo shakespeariano come Romeo e Giulietta parla della vita dei giovani: ragazzi irrequieti, sbandati, fuorilegge".

Ma questa non è l'ennesima versione della tragedia famosa, non è West Side Story, "con Montecchi e Capuleti trasformati in bande antagoniste che vivono nelle periferie di qualche città ai giorni nostri. Volevamo che i ragazzi detenuti, ex detenuti e i nostri studenti scrivessero una loro versione della tragedia con attenzione specifica per il codice penale minorile". Bisogna anche dire che spesso chi sta in galera non sa niente della legge che lo riguarda, e spesso non parla neanche italiano, quindi si può immaginare anche la fatica per riuscire a recitare un testo e va quindi elogiato il Romeo che è salito sulla pedana di legno, - una scenografia più che povera - e il suo racconto dell'omicidio compiuto: "Ricordo solo la rabbia. Il cuore batte all'impazzata, sento delle grida: basta, basta, fermati! così lo ammazzi. Poi il silenzio".

E poi "non mi muovo, non grido, non piango. Non mi sembra vero, come sono finito qui?". E ci sono i testimoni. Uno racconta la rissa mortale che ha visto, "eravamo tutti ubriachi" e domanda "posso fumare adesso?", ripete che "è stato un incidente, abbiamo finito, e posso fumare?". Il secondo teste: "Eravamo in discoteca, verso le 4 del mattino succede una lite, è arrivato uno che ha insultato, Mercuzio ha tirato un pugno, allora Romeo tira fuori un coltello e gli dà un paio di colpi, e Tebaldo è morto".

Il terzo, anche lui è un detenuto che avrà 17 anni, "avevo tirato le sei bevendo, a casa mi sono poi fatto uno spinello, poi in piazza ho visto la banda dei Montecchi, mi hanno insultato, Mercuzio comincia a schiaffeggiarmi, era una rissa, io sputo e poi me ne vado, e me ne sbatto di quello che è successo dopo". Racconti efficaci, i ragazzi non faticano a dirli perché il linguaggio è il loro, la storia è ambientata nel 1303 e anche oggi. Giuseppe Scutellà, il regista. Ex obiettore di coscienza proprio al Beccaria, ex Scuola Paolo Grassi, uno che lavora insieme a Lisa Mazzoni a Puntozero e quindi al minorile di Milano di fatto da 23 anni: "Durante le prove c'è stato un confronto anche drammatico tra coetanei, detenuti e studenti.

A volte ho visto la paura negli occhi di qualcuno. All'inizio, poi è passata". C'è un potere pedagogico e persino terapeutico, nel teatro, ma non è una novità. Né questi sono i primi a fare teatro in carcere, ma i protagonisti di questo Romeo raccontano, dopo, di quanto la cosa li abbia cambiati, sia i bravi ragazzi che la mattina vanno in via Festa del Perdono, sia quelli in attesa di giudizio per furto, o rapina, o spaccio.

"Non siamo qui per chiedere di riconoscere un'insussistenza del fatto, né per invocare l'assoluzione dell'imputato, ma siamo qui per chiedere la sospensione del processo con messa alla prova ai sensi dell'art. 28 d.p.r. 448/1988", chiede l'avvocato difensore. I giudici sono d'accordo, tengono in considerazione la personalità dell'imputato, il contesto famigliare e sociale. Perciò Romeo finirà in una comunità per 3 anni, andrà a scuola, farà lavori socialmente utili. Se tutto andrà bene, il processo finirà lì, con una messa alla prova. Purtroppo non sempre va così. Purtroppo ieri sera non c'erano neanche tutti i detenuti, perché alcuni sono ancora in punizione dopo proteste e disordini successi a luglio al Beccaria. Non c'era neanche Giulietta, peraltro, ma non era la parte più importante.

 

 

 



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