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Milano: in carcere, una "traccia" di libertà

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di Andrea Di Franco*

 

Corriere della Sera, 4 dicembre 2018

 

Progetto del Politecnico nella struttura di Bollate. In questo tempo di "rinascenza", celebrata da tante nuove torri, magnifiche e abbaglianti, al cui piede una fitta comunità di consumatori afferma la propria identità, le vere "buone notizie" scorrono forse in sottofondo, ad un volume più basso.

Cos'è una città, dopotutto? Qual è il lato migliore di queste speciali e magnetiche forme di convivenza umana? Vorrei dire: l'occasione del confronto tra chi, per scelta o per ventura, nella città si trova ad abitare. Se la città fosse davvero, nella sua più fertile ragion d'essere, "confronto" - con tutte le fatiche e gli attriti che confrontarsi e mettersi in questione comporta - ecco che allora i luoghi che più rappresentano questa innata attitudine dell'umana società sono quelli che nascono dal - e si rendono disponibili al - confronto.

Qual è dunque la buona notizia? È quella che racconta di un'altra piccola, nuova traccia lasciata sul suolo della città, nata da un lavoro fatto insieme ai suoi abitanti e affidata alla cura di chi, lì, ci si ritrova. Si chiama "Traccia di Libertà" questo frammento di progetto, testimone di un confronto tanto necessario quanto difficile, posto in uno specialissimo luogo pubblico della nostra città. Perché questo luogo pubblico è il Carcere di Milano-Bollate.

Nasce dal lavoro che una classe di studenti e docenti della Scuola di Architettura e del dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano (Chiara Merlini, Michele Moreno, il sottoscritto), sostenuti dal programma Polisocial, hanno costruito con i detenuti del Gruppo della Trasgressione, fondato da Angelo Aparo, bottega di riparazione di coscienze. Ma anche con gli artigiani che non si rassegnano alla chiusura di una fabbrica che hanno ribattezzato Rimaflow, e con i cittadini dell'associazione Civicum, che hanno un senso alto della nozione di responsabilità, e con la Direzione del carcere e gli agenti di Polizia Penitenziaria. Il luogo pubblico è un prato racchiuso nel cemento, dove figli e madri e padri si cercano e trovano il coraggio del confronto; la Traccia di libertà accoglie questi incontri.

Una costruzione leggera ma radicata nel terreno, a forma di piccola casa rossa a metà tra un gioco e un ricordo, un albero che cresce dall'interno, buca il tetto, fa entrare sole e acqua; e lascia uscire qualche parola che prova ancora a raccontare una speranza di progetto.

Queste sono le buone notizie di cui questa città ha davvero bisogno, che ci permettono di credere che, forse sì, la città è un posto in cui, nonostante tutto, si può abitare; perché pure qui si possono ancora ascoltare nuove parole.

 

*Dipartimento di Architettura e Studi Urbani Politecnico di Milano

 

 

 



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