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Milano: i volontari e il dovere di riportare i detenuti nella società

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di Fabrizio Ravelli

 

La Repubblica, 6 novembre 2016

 

I volontari che lavorano nelle carceri milanesi (San Vittore, Opera, Bollate, Beccaria) sono 1345. Una piccola folla nella grande folla che - è bene non dimenticarlo mai - rappresenta il volontariato. Sono persone che hanno deciso di dedicare una parte del loro tempo a un'impresa lodevole e non facile: far sì che il carcere non sia un settore chiuso della nostra società, e che il dettato costituzionale della rieducazione e risocializzazione dei condannati non resti un nobile principio inerme.
Ieri un convegno a Palazzo Reale ha fornito un quadro di questo fenomeno, a trent'anni dalla legge Gozzini che contribuì ad aprire i canali fra carcere e società. Legge che, nel frattempo, è stata ampiamente demolita a colpi di pacchetti-sicurezza. Ma intorno al volontariato carcerario resiste un luogo comune che Valerio Onida ha provato a smentire. E cioè che ci sia da una parte l'istituzione carceraria che fa il lavoro della sorveglianza e della custodia, e dall'altra il volontariato che apre ai rapporti con l'esterno. No, rieducare e risocializzare, cioè riportare i condannati nella società, è compito dell'istituzione carceraria, in quanto principio fondante dell'esercizio penale. E la società esterna ha il dovere, il dovere e non la possibilità, di collaborare ad adempiere a queste norme. Quindi, ha spiegato Onida, il volontariato in carcere è una delle espressioni che l'impegno civile può assumere. Ma non può essere il tappabuchi che riduca l'impegno dell'istituzione, e che eserciti una funzione suppletiva. Non è un concetto che tutte le forze politiche hanno presente.

 

 

 

 

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