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Milano: i giudici lo condannano, ma l'imputato è morto da un anno

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di Elisabetta Andreis

 

Corriere della Sera, 5 febbraio 2019

 

Dopo la sentenza l'avvocato d'ufficio presenta anche l'appello. Lei ha 13 anni, lui si presenta sulla rete come "Giorgio for you", pilota ventenne, fisico aitante. L'adesca, la fa innamorare, pian piano la spinge a spogliarsi davanti alla webcam. A mandargli foto oscene promettendole tra l'altro ricariche del cellulare.

A sua volta si filma, stando sempre attento a non inquadrarsi il volto. Si spinge ogni volta più in là con le richieste. Se lei appena tituba, la manipola dicendole che si rivolgerà a un'altra "fidanzata": così la piccola riprende lo scambio hot. Il sesso è virtuale ma sconvolgente, per la ragazzina milanese di terza media.

La "relazione" dura quattro mesi. È il 2010. Un giorno la mamma - grazie ad un biglietto trovato nello zaino di scuola e destinato ad un'amica ("Lo lascio, spero non mi manchi") - s'insospettisce, parla di questo con la figlia che crolla e finalmente si confida. Scatta la denuncia appena prima che i due - 13 anni una e in realtà 57 l'altro, manager romano di alto livello - si trovino per un pericoloso appuntamento di persona.

Parte il procedimento ma per arrivare alla sentenza di primo grado ci vogliono ben otto anni. Un tempo lunghissimo nel quale l'imputato, grazie alla presunzione d'innocenza, gira a piede libero e senza alcuna misura restrittiva. Nel marzo del 2018 la condanna del Tribunale di Roma: sette anni di detenzione e un risarcimento di 30 mila euro per "l'estrema gravità del fatto consumato ai danni di una bambina e tramite strumento informatico, particolarmente insidioso e tale da consentire di diffondere (le immagini) ad un numero potenzialmente ampio di persone (...) un inganno perpetrato approfittando della ingenuità e dell'emotività della vittima, tipica della età adolescenziale". L'imputato in aula non si presenta e risulta del tutto irreperibile. Strano. Comunque l'avvocato d'ufficio prepara il ricorso in appello e lo deposita - sempre senza sentire l'assistito.

Ad oggi, febbraio 2019, la ragazzina diventata donna, lavoratrice in un call center, aspetta ancora la data dell'udienza che doveva essere fissata a giorni. Peccato che - l'incredibile - l'imputato già nel 2017 fosse defunto. Nessuno se n'era accorto. Ma come è possibile? Un defunto è stato condannato. E ha presentato ricorso in appello.

Di più: lo Stato, soprattutto nell'ultimo periodo di indagini, ha speso parecchio denaro dei contribuenti per processare un fantasma. Per non dire della vittima - che in tutti questi anni ha fornito testimonianza in aula, vincendo la rabbia e la tristezza che rivangare i ricordi comportava.

Peraltro sapendo che "il vecchio orco" (come aveva imparato a chiamarlo) girava indisturbato. "Non avremo mai un euro di risarcimento, mai neanche il rimborso delle spese legali. Non vedremo mai l'uomo che ha turbato la vita relazionale di nostra figlia, e ancora oggi le disturba il sonno, scontare un solo giorno di pena. Che perdita di tempo, che incuria", si sfoga la mamma.

"Viene anche da chiedersi come sia possibile che così tanto tempo separi il reato - un reato così grave - dalle sentenze", considera Sonia Gaiola, avvocato della parte civile. Si è accorta lei dell'accaduto semplicemente perché per scrupolo, nell'attesa della data d'udienza, è andata all'Anagrafe. Invece del certificato di residenza dell'imputato si è vista consegnare un certificato di morte. Decesso: 14 novembre 2017.

 

 

 



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