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Milano: Alex e gli altri, una casa per i figli delle detenute

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di Viviana Daloiso

 

Avvenire, 4 dicembre 2018

 

L'asilo, la scuola calcio, nonni e papà alla tavolata di Natale e l'orto condiviso. Oltre il carcere, ecco il modello che esiste già (e funziona) a Milano e a Roma. Alex corre dietro al suo camion nel corridoio di piastrelle lucide. Poi compare Maria, bellissima e trafelata: "È tardi, dobbiamo andare, la maestra ci aspetta!". "Mamma, amion..." protesta lui.

Giubbotto alla velocità della luce e giù dalle scale, per strada, in questo angolo tranquillo della periferia Sud di Milano, dove l'asilo è a un passo dalla chiesa, la chiesa a un passo dal campo da calcio, e il campo sotto la casa di Alex. Che sogna di diventare un campione, oltre che un autista di camion. La giornata di un bimbo di 3 anni comincia all'incirca così, nella normalità. E questo succede anche ad Alex, che ha una madre detenuta.

Le proteste e le rivendicazioni avanzate dal mondo politico e dalle istituzioni di ogni ordine e grado nelle ultime settimane - dopo la vicenda terribile della donna che ha ucciso i suoi due bimbi a Rebibbia - circa la necessità che nessun bambino, mai, debba vivere in un carcere, sono già realtà in Italia: nelle case famiglia si può permettere ai piccoli di vivere una vita serena, senza separarsi dalle loro mamme.

Ed esistono già, le case famiglia, però sono due. Solo due in tutta Italia. Al C.i.a.o. di Milano, con Alex, in questo momento vivono altri 5 bambini. La più piccola, Dora, ha un anno e un puzzle di treccine sulla testa. La più grande, Benedetta, dieci. A occuparsi di loro, e delle loro quattro "mamme speciali", Andrea Tollis con sua moglie Elisabetta Fontana, rispettivamente direttore della casa e presidente dell'associazione.

Una famiglia nella famiglia quella dei coniugi milanesi con i loro, di figli, due, che studiano qui al pomeriggio e considerano tutti gli altri fratelli e sorelle. Coi detenuti al C.i.a.o. si lavora dal 1995, quando il mondo del volontariato aveva già intuito la necessità di offrire un tetto, e un posto da cui ricominciare, per quelli in misura alternativa o appena usciti, magari con la possibilità di ricongiungersi coi propri cari.

I primi appartamenti messi a disposizione dall'associazione erano ubicati in zona Porta Genova, a Milano. Poi, nel 2003, all'associazione viene concesso dalla parrocchia SS. Quattro Evangelisti l'ultimo piano della Casa della Gioventù. E lo spazio di un ex liceo, che viene ristrutturato grazie al contributo di Regione Lombardia e della Fondazione Moneta, ricavandone tre appartamenti, due stanze arredate con servizi comuni e l'ufficio della associazione. Al centro, il lungo corridoio dove oggi Alex costruisce le sue piste, e dove si festeggia tutti insieme, ci si rincorre, si litiga e poi si fa pace.

Nel 2010 arriva un prima richiesta speciale dall'Ufficio di esecuzione penale esterna: c'è bisogno di un posto per una mamma ai domiciliari, coi sui due bimbi. "Da lì è cambiato tutto - spiega Andrea Tollis Abbiamo subito capito che questo spazio si prestava bene a quel tipo di esigenza, e che l'esigenza in questione era fondamentale e priva di risposte sul campo: permettere ai bambini di non scontare la pena delle proprie madri". Già, la pena. Che cos'è e che cosa dovrebbe essere, in un Paese attento al rispetto dei diritti di tutti?

"Premesso che qui non entriamo nel merito dei reati compiuti dalle mamme, il punto è che la pena- continua Tollis - non colpisce il singolo, ma un sacco di persone. E i bambini sono l'esempio più eclatante e scabroso di questa contraddizione". L'Italia ci si è trovata davanti lo scorso settembre, all'improvviso, quando una mamma di origini tedesche ha ucciso i suoi due bimbi nel carcere di Roma. "Ma la verità è che mentre la pena arriva, con la condanna, il diritto dei bambini in Italia, che è stabilito da una legge (la 62 del 2011, ndr) e prevede che i piccoli, laddove sia possibile, stiano con le loro mamme ma non in carcere, ancora non è stato affrontato, né tanto meno risolto". Il campo è chiaramente minato.

Perché mentre 5 bambini a Milano - e altri a Roma, nella casa famiglia nata nel 2017 e intitolata a Leda Colombini - questo diritto se lo vedono riconosciuto, altri 62 vivono dietro le sbarre (una trentina dei quali negli Icam, gli Istituti a custodia attenuata per le madri detenute, che carceri non sono, ma spazi chiusi all'esterno e presidiati sì).

E, ancora, perché il diritto riconosciuto a questi bambini e concretizzato da queste strutture resta incredibilmente al di fuori di ogni percorso o protocollo istituzionale prestabilito, in un limbo in cui pur collaborando con tutti- il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria, i giudici di sorveglianza, i Tribunali dei minori, gli enti locali, le carceri e lo stesso Icam nel caso di Milano - la casa famiglia di fatto si gestisce (e si finanzia) da sola: "Con tutti i problemi che questo comporta, è evidente - continua Andrea.

A cominciare dal fatto che mentre ci facciamo carico delle situazioni familiari intricate e problematiche dei nostri "ospiti", dei percorsi di vita di questi piccoli, del reinserimento sociale delle loro mamme attraverso percorsi ad hoc, dobbiamo anche pensare alla sostenibilità di quello che facciamo, a formulare proposte accattivanti per ottenere sponsorizzazioni o finanziamenti". Ed è solo la punta dell'iceberg, perché anche ottenere il riconoscimento formale di spazi e modalità operative richiede sforzi titanici nella foresta intricata della burocrazia che rimanda di ufficio in ufficio, di ente in apparato.

Verrebbe da arrendersi. Ma poi ci sono Alex, Dora, Vittoria e gli altri, 27 piccoli passati di qui in 8 anni, con 22 mamme. "C'è la piscinetta che il parroco, don Luciano, ci ha permesso di sistemare qui sotto quest'estate vicino agli spazi dell'oratorio - spiega Elisabetta - e dove ogni giorno è stata una festa. C'è "il giorno al mese" di Ivan, il papà di Vittoria, che anche lui è in carcere e viene qui scortato da due agenti". È un piccolo miracolo, quello di Ivan. I poliziotti si fermano fuori dalla stanza gioco, lui e Alessandra, la mamma di Vittoria (che a 6 anni ha vinto la sua battaglia con la leucemia), entrano con la loro piccola.

E parlano, giocano, sognano di quando magari- chissà - potranno tentare d'essere una famiglia normale come in questo momento. La stanza ha le pareti sfumate di verde e rosa, i cavalli a dondolo di legno, le finestre affacciate sul campo da calcio da cui provengono le voci dei bambini. Vittoria è così felice.

Ma c'è anche la spesa (che le mamme fanno da sole, al mattino), c'è il progetto dell'orto sociale al lunedì, la pizza tutti insieme, il tavolo sistemato lungo il corridoio a Natale con i nonni e gli zii che arrivano da lontano, le gite e i laboratori organizzati con gli altri bimbi dell'Icam grazie alla collaborazione con la Fondazione Rava.

C'è la vita difficile di ogni giorno, con Maria che prova e riprova a ricostruirsi, Jenny (una delle operatrici di casa) che le parla, gli stendini del bucato tutti vicini e la scritta sul muro: "In questa casa... siamo reali. A volte sbagliamo, ci divertiamo, chiediamo scusa, ci abbracciamo, perdoniamo. Siamo una famiglia".

 

 

 



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