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Milano: a cena InGalera, il ristorante nel carcere

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di Marta Ghezzi

 

Corriere della Sera, 9 aprile 2019

 

Il locale aperto nell'istituto di Bollate (Mi). In tre anni sono passate 50mila persone. Qui lavorano 14 detenuti e sono tutti assunti. L'orgoglio è tutto in quel numero: quattro. "Un numero che di certo sembrerà piccolo, insignificante a chi non sa nulla di carcere, a chi non ne mastica la quotidianità, ma che in realtà è enorme e più che un numero è un segnale. Importantissimo".

Così Silvia Polleri, presidente della cooperativa sociale "Abc, La Sapienza in Tavola". La signora, milanese, due figli, tre nipoti, curriculum da educatrice dell'infanzia (e due anni di servizio civile in Africa, insieme al marito medico e ai due bambini, quando erano ancora piccoli), ha creato nel 2004 nel carcere di Bollate un catering (banqueting di altissima qualità), undici anni dopo il ristorante InGalera, primo e unico locale in tutta Italia, dentro le mura di una prigione (aperto al pubblico esterno).

Quel quattro indica il numero delle persone che, dopo il percorso lavorativo interno, una volta fuori hanno trovato un'occupazione nel settore alberghiero. "Non un lavoretto qualsiasi, e nemmeno il part-time: una vera assunzione, a tempo indeterminato", precisa lei. Da InGalera, il ristorante nel carcere più stellato d'Italia, come si legge nel loro sito ("Una boutade, ma ci cascano in tanti, e molti ci chiedono come abbiamo fatto a guadagnare la stella Michelin"), sono passati in poco più di tre anni oltre cinquantamila persone. "E pensare che l'obiettivo del progetto era offrire posti di lavoro e gettare le basi per il futuro. In realtà non stiamo solo dando lavoro, e quindi speranza, stiamo creando un ponte fra interno ed esterno". Polleri racconta che spesso, mentre passa fra i tavoli, si sente tirare per una manica.

"Signora, signora", le chiedono a bassa voce, "ma i camerieri sono tutti detenuti?". Ecco il punto. "Il ristorante offre la possibilità di vedere, a chi non si è mai posto il problema della detenzione, cosa significhi un buon percorso di riabilitazione. E questo è fondamentale, perché il "fine-pena mai" non lo infliggono i magistrati, ma la società".

Nel ristorante, aperto a mezzogiorno e di sera, lavorano 12 detenuti in esecuzione di pena e 2 in affido al territorio. "Tutti interni, tutti assunti regolarmente. Anche maitre e chef, veri professionisti: lo chef arriva dalla scuola di cucina Alma di Gualtiero Marchesi, mentre nella brigata ci sono persone che avevano già esperienza nella lavorazione dei cibi ed altre partite da zero". Il cliente è trattato con i guanti bianchi, accolto da un cameriere in livrea, seguito per tutta la cena con garbo, gentilezza.

Lei ride, scherzando afferma "ho portato il bon ton in carcere", e si spinge oltre, fino ad arrivare a dire: "è il modo giusto per ribaltare l'immaginario collettivo del galeotto brutto e cattivo". Polleri insiste su un concetto: "A Bollate non si fa nulla che non sia previsto dalla legge", rimarca. "InGalera aiuta a riappropriarsi o ad apprendere la cultura del lavoro, con un percorso di formazione e di responsabilizzazione.

È solo il trampolino per il lungo salto esterno". Intanto snocciola anche numeri. Nel carcere modello alle porte di Milano il tasso di recidiva è più basso che altrove. "Siamo intorno al 1796 contro una media nazionale che arriva, in certi casi, a sfiorare il 7096". Si toglie dalle scarpe altri sassolini e spiega che nel cedolino della busta paga, a fine mese, ci sono i contributi. "Capite la logica? È straordinario: durante il regime di detenzione fanno la loro parte". Da un anno, da InGalera si tengono anche eventi a tema.

"Abbiamo iniziato con le cene con delitto, quasi scontate, nel posto giusto al momento giusto - ironizza - poi abbiamo aperto alle presentazioni di vini, e ora proponiamo serate culturali. Parlano i detenuti, le guardie carcerarie, gli operatori. È un nuovo piccolo passo in avanti, facciamo di tutto per far capire al grande pubblico l'importanza della riabilitazione, dell'inclusione, delle porte che devono restare aperte".

Siamo ai saluti. La signora è di fretta. Si concede un attimo veloce sulla sua pagina FB. Confessa di avere un nickname in tema carcere. "Altrimenti mi beccano tutti e io non ho il tempo". Una vita di corsa: "Senza rimpianti, la gioia di regalare le ali a un detenuto è immensa. Vorrei tenerli tutti con me!".

 

 

 

 

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