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Migranti. Una legge popolare per cambiare la Bossi-Fini

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di Liana Vita

 

Il Manifesto, 11 aprile 2019

 

Approda finalmente all'esame della commissione affari costituzionali della Camera la proposta di legge di iniziativa popolare depositata il 27 ottobre 2017, grazie alle 90.000 firme raccolte con la campagna "Ero straniero", promossa da Radicali Italiani, Casa della carità, Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cnca, A Buon Diritto, Cild, con il sostegno di decine di sindaci e organizzazioni, laiche e religiose, tra cui Legambiente, Oxfam, ActionAid e tante altre. Relatore sarà il radicale Riccardo Magi.

Già il titolo, "Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell'inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari" dà il senso della proposta, che poggia su due pilastri: superare la Bossi-Fini introducendo canali di ingresso per lavoro e la possibilità per i cittadini stranieri già radicati nel territorio di mettersi in regola.

Proprio ieri è stato pubblicato il decreto flussi 2019: dei 30.850 posti per lavoratori non comunitari, la maggior parte, come ormai da anni, sono riservati ai lavoratori stagionali nei settori agricolo e turistico.

Pochissimi i posti che restano per chi voglia lavorare stabilmente nel nostro Paese, anche perché il sistema attuale sembra pensato per scoraggiare questa opzione: il datore di lavoro italiano che ha bisogno di un lavoratore straniero deve rivolgersi a una persona residente in un paese terzo e, nell'ambito delle quote fissate, impegnarsi ad assumerla e farla venire in Italia anche se, presumibilmente, non l'ha mai conosciuta. Mentre lo stesso datore di lavoro, paradossalmente, non può assumere e mettere in regola chi è già presente in Italia, è già formato, ma non ha i documenti.

Dai dati del ministero del lavoro emerge che solo il 5% degli ingressi regolari è per lavoro e il dato è costante, nonostante la stessa Confindustria e le altre categorie produttive lamentino la difficoltà di reperire manodopera e chiedano maggiore flessibilità negli ingressi. Il sistema, evidentemente, non funziona e continua a generare lavoro nero e precarietà. Come cambiarlo? La proposta di legge popolare prevede un permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) per ricerca lavoro - da rilasciare con determinate garanzie di rientro in caso di fallimento - con l'obiettivo di facilitare l'incontro dei lavoratori stranieri con i datori di lavoro italiani, anche attraverso intermediari (per esempio, enti pubblici, agenzie per il lavoro, università, camere di commercio e Ong) che selezionino le persone in base alle competenze e al fabbisogno reale.

Viene inoltre introdotta la possibilità di mettersi in regola per tutte quelle persone straniere già radicate che hanno un datore di lavoro pronto ad assumerle, come accede in Spagna e in Germania: non una sanatoria una tantum, ma un meccanismo sempre accessibile che permetta di sanare la propria posizione e che valga anche per chi è in Italia da tempo e ha legami familiari stabili. O per i richiedenti asilo o i beneficiari di protezione umanitaria che hanno già un lavoro e sono formati ma che da un momento all'altro ricevono una risposta negativa e si ritrovano irregolari, senza la possibilità di lavorare anche in presenza di un contratto.

Soprattutto dopo l'abolizione della protezione umanitaria introdotta dal decreto "sicurezza" e l'aumento dei dinieghi da parte delle commissioni per l'asilo: decine di migliaia di persone che nei prossimi mesi si aggiungeranno agli oltre 500.000 irregolari già presenti in Italia costretti, per sopravvivere, a rivolgersi ai circuiti illegali o alla piccola criminalità, con un impatto inevitabile sui territori. Anche perché il rimpatrio continua a essere solo un argomento da urlare in campagna: i dati nel 2018, si mantengono costanti, intorno alle 6.000 persone, decisamente lontani dalle cifre sbandierate.

Decine di realtà, abituate a riflettere e lavorare ogni giorno sul fenomeno migratorio, offrono ora al Parlamento soluzioni a lungo termine e di buon senso. Vedremo se i tempi sono maturi per approfittarne e mettere da parte ansie elettorali e linguaggi e argomenti che - come episodi ormai quotidiani ci dimostrano - fomentano solo rabbia, odio e tensione sociale.

 

 

 

 

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