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Migranti. Sui monti l'accoglienza crea lavoro e sviluppo

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di Serena Tarabini

 

Il Manifesto, 10 gennaio 2019

 

Il sistema Sprar ha contribuito anche a ridare vitalità ai territori montani, ora con il decreto sicurezza molte esperienze virtuose rischiano la chiusura. Pettinengo è un paese della provincia di Biella di 1500 abitanti, a 800 metri di altezza, sospeso a metà fra l'arco alpino e la pianura padana: fino a qualche anno fa circa 600 persone lavoravano alla Liabel, il famoso marchio per la maglieria intima. Dal 2000 la fabbrica tessile è stata chiusa, la crisi ha prodotto disoccupazione, il territorio è cambiato.

I primi profughi arrivano nel 2011: una cinquantina di africani che vengono ospitati per due mesi in una Villa dell'800, sede dell'associazione Pacefuturo Onlus. Nel 2014 la Prefettura chiede di accogliere altri migranti: l'associazione apre un Centro di accoglienza straordinaria (Cas) con 15 ragazzi. Oggi l'associazione Pacefuturo Onlus accoglie 110 persone nei Comuni di Pettinengo e Ronco Biellese in collaborazione con l'amministrazione comunale e la parrocchia.

Ma non solo. con la barra puntata sulla valorizzazione delle risorse umane l'associazione ha saputo sviluppare in maniera creativa il modello di accoglienza, allestendo una rete economico-sociale che ha intrecciato le vite dei migranti con la rinascita del paese. Grazie alla collaborazione con le associazioni La Piccola Fata di Pettinengo e Tessituraeoltre di Asti si è ripresa la tradizione locale aprendo una scuola di artigianato che insegna a tessere, a cucire e a lavorare la ceramica.

In un laboratorio di apicoltura uno dei richiedenti asilo, a cui nel frattempo è stato riconosciuto lo status di rifugiato con un permesso di cinque anni, è stato assunto dall'associazione Pacefuturo. In montagna grazie al lavoro di volontariato dei migranti sono stati riaperti oltre 15 chilometri di sentieristica. L'associazione - tra stipendi, vitto e alloggi affittati e i servizi che svolge a favore dei richiedenti asilo - ridistribuisce nel paese oltre 50mila euro al mese. Il Cas è ancora un punto di riferimento, ma alcuni ragazzi cominciano anche a vivere nelle case. E nonostante sia un territorio in crisi, con poco lavoro, alcuni rifugiati sono riusciti a rimanere, lavorando come boscaioli o nell'assistenza agli anziani. Un lavoro continuativo e costante che è riuscito a coinvolgere non solo strutturalmente ma anche emotivamente la comunità locale scardinando l'iniziale ostilità fino a portare, nel luglio 2015, l'intero paese di Pettinengo (compresi sindaco e parroco) ad attivarsi nella ricerca di alternative concrete per un gruppo di cittadini maliani che aveva ricevuto il decreto di espulsione.

La Valcamonica nel 2011, nel pieno dell'ondata migratoria successiva alle primavere arabe, salì agli onori della cronaca nazionale e internazionale per un centinaio di rifugiati che vennero confinati dal governo a Montecampione, a 1800 metri di altezza in una situazione di isolamento e inattività totale. Nel 2015 si verificarono gravi episodi di intolleranza e razzismo orchestrati da Casa Pound e un corteo di protesta organizzato dalla lega Nord. Ma nonostante questi precedenti è la stessa Valle oggi ad offrire un modello di accoglienza.

Il progetto consiste in una rete che si estende su tutto il territorio della Valle Camonica e della provincia di Brescia, fornendo a quasi 400 beneficiari vitto, alloggio principalmente in piccoli appartamenti, assistenza legale e sanitaria, accompagnamento ed orientamento sui servizi presenti sul territorio, percorsi di formazione, volontariato ed inserimento lavorativo, corsi di italiano. Artefice l'associazione K-Pax, partner operativo della rete SPRAR che ha ottenuto questo risultato grazie all'impegno di molti volontari e la collaborazione coraggiosa di comuni del bresciano che hanno sottoscritto un accordo con la provincia e la comunità montana. Il lavoro dell'associazione non si è fermato alla micro-accoglienza ma ha promosso una serie di iniziative innovative tra cui l'apertura della "Soffitta del re", un negozio dell'usato aperto a tutta la comunità, la sistematizzazione del riciclo degli abiti usati che vengono anche commercializzati in grosso, e la ristrutturazione e riapertura di un hotel, valorizzando la vocazione turistica del territorio e creando posti di lavoro per residenti italiani e per alcuni beneficiari dei progetti sprar; queste attività nel tempo non solo sono riuscite a raggiungere l'autonomia economica ma forniscono un surplus che in seguito viene reinvestito.

Il Consorzio Fantasia è un insieme di piccole cooperative sociali che opera nell'appennino tosco-emiliano, nella Cisa. Ha iniziato ad occuparsi di richiedenti asilo nel 2011, durante quella che era stata chiamata "emergenza Nord-Africa", per poi nel 2014 costituire due Sprar assieme a delle amministrazioni locali, come Berceto. Comuni piccoli, frammentati, di poche centinaia di abitanti, e grandi distanze tra di loro, e i soliti problemi: disoccupazione, spopolamento che il turismo estivo non riesce a contrastare.

Ecco quindi che per i richiedenti asilo si individuano le case vuote o abbandonate sulla quale si stipulano contratti d'affitto che cominciano a far circolare qualche soldo in più. Per i servizi aggiuntivi (istruzione, supporto legale e psicologico) dei migranti vengono impiegate persone del luogo, in alcuni casi anche soggetti fragili che possono rendersi utili accompagnando i migranti in un processo di integrazione che comporta fra le altre cose lo svolgimento di piccoli lavori utili alla comunità: piccole ristrutturazioni, pulizie, manutenzione del verde. Parte anche una collaborazione con i nuovi agricoltori della zona, giovani che hanno deciso di tornare alla campagna e le cui acerbe imprese agricole hanno bisogno anche dell'aiuto dei migranti che vi svolgono i loro tirocini.

Sono solo alcuni esempi di come il sistema Sprar abbia rappresentato non solo un'evoluzione in positivo del meccanismo di accoglienza ma anche un'opportunità di sviluppo per i territori montani. Con l'approvazione del Decreto sicurezza queste ed altre esperienze sono a rischio. A Pettinengo si respira già aria di chiusura. All'interno dell'associazione Pacefutura stanno cercando di fa quadrare i conti, ma al momento non è stata trovata una soluzione che permetta di far continuare il progetto. I richiedenti asilo passeranno a un altro gestore e non in montagna. Un'occasione persa anche per i giovani e le persone anziane del territorio che avevano trovato impiego.

Gli operatori dell'associazione K-Pax faranno il possibile per mantenere i servizi di inclusione sociale e integrazione, ma non sono intenzionati a passare a un meccanismo di accoglienza su grandi numeri al quale obbliga la riduzione dei fondi. Le attività lavorative come il riciclo e la gestione dell'hotel continueranno perché hanno raggiunto l'indipendenza economica, ma non se ne avvieranno altre. Il decreto sicurezza cambierà la vita anche la Consorzio Fantasia di Berceto: le restrizioni introdotte sui richiedenti asilo, la scomparsa della misura della protezione umanitaria ridurranno gli inserimenti dell'80%. Questo priverà il territorio dell'indotto dovuto agli affitti e alle retribuzioni delle figure professionali e non impiegate nel sistema di accoglienza. Oltre che, come negli altri casi, sottrarre al sistema d'accoglienza un meccanismo che stava dimostrando efficacia, sostenibilità e riproducibilità. E umanità.

 

La montagna che rinasce con i migranti, di Mauro Ravarino

 

A 1.250 metri di altitudine, davanti al Monviso, il comune di Ostana è stato ripopolato dai richiedenti asilo. Che hanno rimesso in moto l'agricoltura. Ostana guida la riscossa del mondo dei vinti. Dimostra che lo spopolamento della montagna non è un morbo endemico, che lassù si progetta un futuro migliore e si sperimenta un'accoglienza vera. "Sono fuggito dalla persecuzione religiosa in Pakistan, una volta arrivato in Libia ho attraversato il mare e sono stato salvato da Open Arms".

Rashid, 34 anni, ha gli occhi lucidi, la sua è una vita avventurosa, troppo per una persona così mite. La racconta mentre controlla le capre Cashmere e due alpaca. Qui, davanti alla vetta del Monviso, in località Durandin, a 1.650 metri d'altezza fa il pastore, gli piace, ma a Marot, nel suo Paese, era un elettricista, fino a quando la sua bottega fu assaltata. La sua comunità ahmadi è perseguitata e non difesa dal governo di Islamabad. Nel 2010, due moschee Ahmadiyya sono state vittime di un violento attacco terroristico compiuto dai taleban pakistani, con oltre ottanta morti. Ora, Rashid, spera di ottenere il ricongiungimento familiare: "Vorrei mi raggiungessero mia moglie e i miei due figli". Dipenderà tutto dalla commissione che valuterà la sua richiesta di asilo.

La rinascita di Ostana, in provincia di Cuneo, a 1.250 metri d'altezza all'ombra del Re di pietra, parte da lontano. E porta per buona parte la firma di Giacomo Lombardo, stazza imponente, suoneria del telefono Se chanto, la canzone occitana per eccellenza. Attuale sindaco del comune, la prima volta è stato eletto nel 1985 quando la sua amministrazione decise di puntare sul rilancio della montagna, sulla tutela del paesaggio e delle tradizioni. E in questo la testardaggine del mondo dei vinti, ovvero quello dei piccoli contadini e dei montanari ritratto da Nuto Revelli, è servita per invertire la rotta, resistere allo spopolamento e trovare validi motivi di esistenza, senza dover aspettare i villeggianti estivi.

Nel 1918, la popolazione ostanese contava 1.124 unità, si viveva di agricoltura, poi la guerra, il mito delle fabbriche e del benessere urbano portarono al lento spopolamento della Alta Valle Po. "Molti, una volta arrivati a Torino preferivano fare i rigattieri, i fèramiù, intorno a Borgo Dora, mio padre resistette in fabbrica solo due mesi", racconta Lombardo. Intanto, in montagna il borgo moriva ma fortunatamente non veniva toccato dalla speculazione edilizia che comprometteva altri paesi. A cavallo tra gli 80 e 90 la popolazione era precipitata a cinque abitanti. Sono gli anni in cui è ambientato il film in lingua occitana "Il vento fa il suo giro" di Giorgio Diritti, ispirato alla storia di un pastore fiammingo e della sua famiglia, in fuga dal gasdotto costruito nella sua valle, che provò a trovare rifugio qui.

"Sono anche gli anni in cui parte il lento rilancio del borgo: migliorano le infrastrutture, viene potenziato l'acquedotto e incentivate le ristrutturazioni che rispettino lo stile architettonico montano. Immaginiamo un vero sviluppo sostenibile. Il bello porta così il bello".

Il 22 gennaio 2016 è nato Pablo, trent'anni dopo l'ultimo bambino nato a Ostana. I genitori Silvia Rovere e Josè Berdugo Vallelago erano arrivati sui monti della Valle Po nel 2011, dopo aver raccolto l'opportunità di gestire un nuovo rifugio - l'attuale Galaberna, salamandra in occitano - messa a bando dal Comune. "Prima lavoravo a Torino occupandomi di progetti internazionali di sanità pubblica e ambientale, ma volevo cambiare vita.

Avevamo già in tasca un biglietto per l'isola di Reunion, dove avevamo trovato un impiego. La proposta che arrivò dalla Valle Po ci fece modificare i piani. Quando giungemmo in borgo, Clara aveva due anni e Alice quindici giorni, qualche valligiano ci diede pochi mesi di sopravvivenza, siamo qui da sette anni e non siamo pentiti".

Così piccola, così intatta, ma allo stesso tempo moderna nel suo paesaggio di pietra. Ostana, un meraviglioso balcone di fronte al Monviso, è un borgo laboratorio. Qui, la rivoluzione è stata "un balzo di tigre verso il passato", come scriveva Walter Benjamin, forte delle sue profonde radici occitane il comune cuneese ha provato a progettare la montagna del futuro. Non tutti i passaggi sono stati indolori. Quando l'amministrazione comunale ha scelto, per motivazioni fermamente umanitarie, di accogliere dei richiedenti asilo, una petizione di 173 firme (la stragrande maggioranza di persone che non vivevano a Ostana) si scagliò contro la decisione. Il 27 dicembre 2016 ci fu un'assemblea concitata, fuori c'erano i carabinieri.

"È stata una prova dolorosa, ma con mio marito ci siamo detti che non potevamo tirarci indietro, d'altronde noi eravamo stati accolti, non potevamo non accogliere", racconta Silvia Rovere. L'amministrazione tirò dritto e due anni dopo il bilancio dell'esperienza è totalmente positivo. Ora sono sei i richiedenti asilo, tutti pakistani, ospitati a Ostana e sono parte integrante della comunità dove hanno imparato l'italiano e giornalmente lavorano, alcuni in Comune, per esempio per la manutenzione dei sentieri, (Ali, 20 anni, Shehbaz, 33, Kashif, 32), due all'agriturismo A nostro Mizoun - Rashid e la sorella Qurtulain - e uno di loro alla Galaberna, si chiama Umair, 32 anni: "Arrivo da Rawalpindi, dove lavoravo in un concessionario Toyota, ma lì la vita era insostenibile per le violenze in cui si incorreva; sono arrivato in Italia dopo un viaggio di sei mesi, passando per Turchia e Grecia. Qui, ho trovato la pace".

Marilena, che tutti chiamano "la nonna", organizza periodicamente pranzi di comunità in cui si mescola cibo occitano e pachistano e canti di diverse lingue. "L'inserimento è stato graduale ma costante, non possiamo nemmeno comprendere quanto abbiano sofferto questi ragazzi e quale sia la situazione nel loro Paese", racconta Enrica Alberti, consigliera comunale che si occupa direttamente dei progetti che riguardano i migranti e quelli del futuro del borgo. Origine ligure, laurea in scienze e tecnologie alimentari, un lavoro in giro per l'Europa, anche lei è una nuova montanara, avendo deciso di trasferirsi a Ostana dopo un campo di Legambiente.

Qui, non distante dalle sorgenti del Po, è nato qualcosa di nuovo. Il sindaco Lombardo - che nel 2015 ha ricevuto il premio per la buona politica dedicato al sindaco pescatore Angelo Vassallo ucciso dalla camorra - lo sintetizza così: "Nello scambio umano e culturale tra vecchi abitanti, conoscitori del territorio, e nuovi, portatori di un sapere alto (spesso laureati), è nata una nuova società". Una realtà in movimento. Tra il 2009 e il 2014 c'è stato un investimento pubblico, grazie a bandi europei e regionali, pari a 4,6 milioni di euro; almeno 10 milioni di euro sono stati gli investimenti privati. Tra il 2013 e il 2015 è stata recuperata l'intera borgata Sant'Antonio-Miribrart.

Ostana è un borgo vivo, dove si può frequentare la scuola di cinema di Giorgio Diritti e Fredo Valla e, presto, il Monviso Institute, centro di ricerca universitario e laboratorio di sostenibilità; oppure visitare "Il bosco incantato", oasi didattica sensoriale. È un piccolo paese che ha preservato l'architettura montana fornendo opportunità produttive: "L'Orto di Ostana", l'azienda agricola di Serena Giraudo, neo-montanara con il marito Andrea, il negozio, aperto nel 2014 in contemporanea a un'ala del Comune, un rifugio, un agriturismo, una locanda.

A questi si aggiungerà nel 2019 il panificio Quel Po di pan, con produzione e vendita in tutta la Valle, di Flavio Appendino, 32 anni, e Chiara Pautasso, 23 anni, due giovani che hanno deciso di trasferirsi in montagna. Nel 2015 sono stati, invece, inaugurati i locali del Centro Culturale Lou Pourtun e della Foresteria.

Il Centro è gestito dall'associazione Bouligar ("diamoci da fare" in occitano) animato da alcuni giovani come Serena e Marita, educatrice che ha deciso di trasferirsi in montagna nella casa dei nonni. A Ostana, parafrasando una delle possibilità che Revelli aveva prospettato ne Il mondo dei vinti, è stato salvato il salvabile prima che il genocidio della montagna si compisse. Non solo, è diventato il laboratorio di un mondo migliore. A misura d'uomo e natura.

 

 

 



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