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Migranti. SeaWatch e Sea Eye. Unhcr: "No a negoziati sulla pelle delle persone"

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Redattore Sociale, 9 gennaio 2019

 

Dopo 18 giorni alcuni migranti rifiutano il cibo, si temono atti di autolesionismo. Sami (Unhcr): "Fase salvataggio e sbarco nel più vicino porto sicuro vanno distinte da accoglienza". Di Giacomo (Oim): "Se anche salvare vite è una colpa, siamo al punto più basso solidarietà". A giugno la proposta Unhcr-Oim caduta nel vuoto.

Dopo settimane le due navi delle ong Sea Watch e Sea Eye attendono ancora un porto sicuro di sbarco. E le condizioni a bordo sono sempre più difficili. Sulla Sea Watch (al diciottesimo giorno in mare) alcuni dei 32 migranti hanno iniziato a rifiutare il cibo. Le forze sono allo stremo e i medici temono atti di autolesionismo, per questo anche oggi, Kim, il capomissione, ha riunito le persone per spiegare che quello che si sta portando avanti è un "combattimento difficile". "Da una parte c'è la politica, dall'altra la società civile, che combattono l'una contro l'altra. E il combattimento sta diventando sempre più estremo".

Mentre le ore passano senza l'assegnazione di un porto sicuro, vanno avanti le trattative diplomatiche e si ripetono gli appelli da parte delle organizzazioni umanitarie alla responsabilità europea. Anche l'Unhcr, dopo aver sollecitato gli stati il 31 dicembre scorso, ieri ha chiesto di nuovo una soluzione rapida per i migranti a bordo.

"Non era mai successa una cosa del genere: tenere le persone in mare per così tanti giorni. Soprattutto se consideriamo che stiamo parlando di un un numero basso di persone, 49 in tutto. È il limite a cui si è arrivati continuando con questo approccio barca per barca - dice a Redattore sociale Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr per il Sud Europa. Nonostante siano stati fatti diversi tentativi per portare i paesi europei a discutere dei meccanismi di sbarco, che devono essere immediati, e a distinguere questa fase da quella cosiddetta di "redistribuzione" dei richiedenti asilo".

A giugno, in occasione del summit europeo, Unhcr e Oim avevano provato a portare avanti una proposta di collaborazione tra Ue, Onu e Unione Africana, che prevedeva piattaforme di sbarco e redistribuzione dei migranti tra i paese europei. "Noi abbiamo fatto una proposta che partiva dalla considerazione che il lavoro di salvataggio e sbarco si doveva fondare sul comune senso di responsabilità - spiega Sami -. La nostra proposta comprendeva i paesi europei e alcuni paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, nel Nord Africa.

Esclusa la Libia che, lo ripetiamo, noi non consideriamo un porto sicuro. È un paese verso il quale le persone salvate in acque internazionali non devono essere riportate".

Il progetto, "nonostante fosse molto operativo e potesse svolgersi passo per passo, vedendo tutti i paesi cooperare in maniera equa, non è andata avanti - aggiunge Sami. Il negoziato politico fatto sulla pelle delle persone, in un approccio barca per barca, è diventato una modalità di discussione e di relazione tra alcuni paesi europei, e questo è il dato più preoccupante che non possiamo accettare".

 

 

 



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