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Migranti. Non obbedisco, signor ministro

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di Alessandro De Angelis

 

huffingtonpost.it, 17 aprile 2019

 

L'esercito si rivolta contro Salvini, ma lui va avanti. Sembra smarrito il minimo senso dello Stato mentre tutto è ridotto a mera propaganda. Contatti col Quirinale a pasticcio fatto. Mai si era visto lo Stato Maggione della Difesa rivoltarsi contro il ministro dell'Interno con parole di inusitata durezza paragonando la circolare sui migranti firmata da Salvini a un atto degno di un "regime", perché "un ministro non può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato". Mai si era visto un ministro dell'Interno imporre prima una direttiva di quel tipo, senza coordinarla tra i ministeri competenti. E rispondere poi, incurante, il suo vado avanti, che poi significa "comando io, punto", pressoché un "me ne frego". Della Difesa, delle critiche Di Maio, di tutto.

Al Quirinale, assicurano fonti "ufficiali", non se ne è parlato nel corso dell'incontro tra Mattarella e Conte, dedicato alla necessità di mettere ordine nell'approvazione dei tanti decreti da convertire, altro capitolo di un governo che ormai non governa, impegnato in una campagna permanente. Però quello che si è materializzato agli occhi del capo dello Stato, che è anche il capo supremo delle forze armate, è uno "scontro istituzionale grave". E qualche contatto, sollecitato da palazzo Chigi c'è stato, nel tentativo anche di coinvolgere Mattarella in una situazione già sfuggita di mano, e non da oggi. Perché, questo il punto, è almeno da metà marzo che Salvini, con la prima direttiva in materia sul controllo delle frontiere marittime e il contrasto all'immigrazione clandestina, ha "scippato" i poteri del ministro Trenta invadendo il campo della Difesa. E ora ha aggiornato il testo, rendendo quella misura di "chiusura del mare" in acque territoriali anche per le Ong operativa "costantemente" e non di volta in volta, come nella precedente versione. Una misura al limite, che impatta sulle convenzioni internazionali, e giocata sul filo della legittimità rispetto alle norme vigenti.

Proprio la delicatezza del momento e della questione ha spinto il capo dello Stato a un approccio prudente e silenzioso. Sia perché è necessario un approfondimento giuridico della norma sia perché la questione è già deflagrata politicamente, per cui palazzo Chigi chiede una sponda a pasticcio già fatto. Lo scenario che si materializza di fronte ai vertici delle istituzioni è di uno "scontro" senza precedenti che rappresenta una dissoluzione del minimo senso dello Stato, in un clima da perdita di principio di realtà, per cui tutto è ridotto a esigenze "comunicative", di propaganda per le Europee, in un contesto che richiederebbe grande capacità di governo: l'isolamento dell'Italia in Europa, il caos libico, la possibile ripresa di flussi migratori. Il problema di Salvini è far vedere che comanda, il problema di Di Maio è "rispondere colpo su colpo" per mostrare che non subisce, in una escalation che riguarda ogni dossier. Nessuno trae le conseguenze su cosa significhi in termini di governo e dove porta questa dinamica sudamericana. Perché è evidente che una direttiva del genere avrebbe imposto, a rigor di logica, una condivisione tra ministeri dell'Interno e della Difesa, coinvolgendo entrambi. Ma, al netto dello stupore che pure trapela da palazzo Chigi per tale brutalità del ministro dell'Interno, il premier, finora, pare più spettatore che attore. Le crisi istituzionali si affrontano attraverso "atti": consigli dei ministri, riunioni collegiali, mozioni parlamentari. Atti che riparino, correggano, chiariscano, facciano sintesi. E ora invece, secondo fonti 5 stelle, l'atto non anche se, dicono, si è pronti a setacciare il testo per trovare un cavillo giuridico al fine di rendere la circolare impraticabile.

Finora, tutto il governo è impegnato in un luna park in cui vale tutto. Salvini impegnato ad accedere le lucette nere che attestino il suo poderoso spostamento a destra in vista delle europee, Di Maio impegnato ad accendere qualche lucetta rossa che lo faccia recuperare a sinistra. E, nel gioco ottico, il governo appare disarmato di fronte alla annunciata crisi libica, al netto della retorica sul contrasto al terrorismo che frana sulle modalità del prolungamento della missione Sofia, unico caso al mondo di missione navale senza navi. Ora è ipotizzabile, così spifferano i Cinque Stelle, che il gioco pericoloso iniziato con la Libia, e sfruttato da entrambi per riposizionarsi, uno a destra l'altro a sinistra e proseguito sulla direttiva anti-Ong proseguirà anche domani con Di Maio che attaccherà Salvini sulla sua ingerenza unilaterale, in coerenza col suo cambio di passo comunicativo inaugurato dopo la Basilicata, che prevede un atteggiamento più aggressivo verso Salvini, in particolare sui temi della sicurezza, dove c'è stata la grande emorragia. E che poi il ministro dell'Interno, a sua volta, ribadirà che sul tema non accetta invasioni di campo e che la linea dei "porti chiusi" non si discute. Il problema è che a un certo punto il gioco diventa insostenibile in termini di tenuta democratica e istituzionale. Quel punto è arrivato. Per ora al Quirinale si constata, con preoccupazione e sgomento, che la situazione è di rara gravità. Le situazioni gravi non possono rimanere statiche. O si riparano attraverso atti o esplodono.

 

 

 

 

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