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Migranti. E a Roma sgomberano i rifugiati politici del Sudan

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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 10 luglio 2018

 

Da quattro giorni i migranti che occupavano da 13 anni lo stabile di via Scorticabove sono in strada. Valige ammassate in un angolo, cartone e materassi ai margini della strada. Sono ormai quattro giorni e quattro notti che i migranti sgomberati dallo stabile occupato di via Scorticabove, nella periferia di Roma, sono lontani dai riflettori.

Sono un centinaio i rifugiati politici sudanesi, molti dei quali provenienti dal Darfur, che sono regolarmente presenti in Italia ma abbandonati a se stessi. Lo stabile, inizialmente, era gestito dalla cooperativa "Casa della solidarietà" che poi non ha più pagato l'affitto: lo sgombero, infatti, è stato eseguito per morosità. Il comune di Roma non aveva inviato alcuna comunicazione, nonostante fosse stato preallertato dell'iniziativa di sgombero.

"Il nostro appello va direttamente alla sindaca di Roma, Virginia Raggi - dice Aboubakar Soumahoro, l'attivista del sindacato Usb - venga qui e si confronti con noi. Sono tutti rifugiati del Sudan, vivono qui da 13 anni, hanno protezione internazionale e nel loro Paese non possono tornare. Abbiamo chiesto a suo tempo un tavolo di confronto, ma non abbiamo mai avuto risposta. Questo è il nuovo che avanza? La Raggi deve prendersi le sue responsabilità".

Mentre chi nel giro di poche ore ha perso quella che considerava una vera e propria casa, non sembra intenzionato ad andare via: "Noi restiamo qui". E infatti ci sono rimasti, fuori, ai margini della strada. Hanno deciso di resistere e di chiedere che il loro desiderio di comunità e soprattutto il loro diritto alla protezione internazionale venga rispettato. Con l'assessora Laura Baldassarre, secondo quanto si apprende, l'appuntamento è fissato per giovedì prossimo. Nel frattempo però la forza di questa comunità sta venendo fuori in queste ore proprio in via Scorticabove.

A supportare i rifugiati accampati tanti romani e tante associazioni. Di ieri l'appello di Anpi Roma alle istituzioni. "L'Anpi provinciale di Roma esprime profonda preoccupazione e contrarietà per l'azione messa in atto lo scorso 5 luglio nei confronti di 120 rifugiati sudanesi a Via Scorticabove a Roma. Al momento non abbiamo notizia di nessuna soluzione prevista per queste persone, sopravvissute alle guerre, alle persecuzioni e alle torture. Non possiamo tollerare, come cittadini, come antifascisti e come essere umani che per l'ennesima volta, in questa città, gli interessi privati vengano prima delle persone e che centinaia di uomini, donne e bambini vengano buttati in strada senza un'alternativa".

La comunità viveva in quello stabile fin dal 2005. La cooperativa, nel 2015, l'abbandonò e i migranti si sono organizzati autogestendosi. L'associazione romana "Alterego Fabbrica dei diritti", fa sapere che i rifugiati avevano creato al loro interno la cassa comune di mutuo- soccorso, una cassa di sostegno che serve per permettere a tutti di avere il minimo indispensabile per poter vivere degnamente. Molti di loro, infatti, pur avendo delle competenze e dei curricula di tutto rispetto, sono costretti a lavorare in condizione di sfruttamento nelle campagne; altri non hanno un'occupazione fissa e fanno saltuariamente gli ambulanti.

Allora, ecco, l'idea di una cassa comune in cui ciascuno mette quello che può per il sostentamento di tutta la comunità. "Non stupisce, dunque - scrive Alterego - il senso di fratellanza e di condivisione che si respira appena si giunge nell'attuale presidio permanente di via Scorticabove, dove i rifugiati hanno deciso di rimanere ad oltranza fino a quando non sarà loro fornita un'alternativa alloggiativa degna".

L'Associazione spiega che i 120 sudanesi non si sono scomposti neanche durante lo sfratto, nonostante "si sono visti sfondare la porta di casa, essere buttati giù dai loro letti, aprire i loro armadi e comodini, distruggere i loro sanitari".

Questa comunità, eppure, ha reagito con una dignità enorme: chiedendo di verificare il verbale di sfratto; pretendendo di recuperare le loro cose; decidendo di rimanere in presidio permanente davanti a quella che è la loro casa. Da giorni, quindi, si trovano per strada e pronti ad affrontare l'ennesima notte senza un tetto.

 

 

 

 

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