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Medio Oriente. L'allarme sui "foreign fighters", i curdi minacciano di liberarli

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di Anais Ginori

 

La Repubblica, 6 febbraio 2019

 

L'Europa pensa a una Guantánamo per gli ex combattenti dell'Isis con passaporto della Ue. Li chiamano revenants, coloro che ritornano. Con il brusco annuncio del ritiro militare degli Stati Uniti dalla Siria si apre un problema immediato per Parigi e molti altri Paesi occidentali: decidere dove portare le centinaia di foreign fighters attualmente detenuti nelle zone curde.

Nel Nordest della Siria ci sono attualmente 800 miliziani, quasi 2mila donne e bambini, tutti con passaporti francesi, britannici, belgi, tedeschi o di altri Paesi occidentali. I peshmerga curdi minacciano di liberare gli ex combattenti stranieri dell'Isis come rappresaglia contro il ritiro americano o consegnarli a Damasco come merce di scambio nelle trattative contro la Turchia. I governi occidentali devono tenere conto dei rapporti di forza nella regione, ma anche delle polemiche nazionali sul futuro da riservare ai revenants. La Francia è il Paese che ha il contingente più elevato, 130 uomini fatti prigionieri dopo la caduta del Califfato.

"Esaminiamo tutte le opzioni per evitare la dispersione o l'evasione di soggetti potenzialmente pericolosi", ha spiegato il ministero degli Esteri in una nota. In passato, il governo di Parigi aveva appoggiato dietro le quinte l'eliminazione di alcuni dei compatrioti arruolati nell'Isis attraverso operazioni mirate delle forze speciali. Secondo i dati ufficiali, sui circa 680 francesi presenti nella zona del conflitto tra Iraq e Siria negli ultimi anni, più di 300 sono morti e una parte è già partita per altre zone di guerra, dall'Afghanistan alla Libia. Il dibattito è acceso Oltralpe. Per le autorità francesi è politicamente difficile sostenere il ritorno di questi ex combattenti. L'estrema destra è già all'attacco per rifiutare il rimpatrio di francesi descritti come potenziali "bombe umane".

Secondo la ministra francese della Giustizia, Nicole Belloubet, gli ex jihadisti dovrebbero essere subito incarcerati con l'accusa di "partecipazione a gruppo terroristico" e pene variabili da 7 a 30 anni. I problemi tecnico-giuridici sono molti. Sulla carta gli ex combattenti potrebbero essere incriminati e condannati a lunghe detenzioni, ma innanzitutto va formalizzata una procedura di estradizione che abbia valore nei tribunali occidentali. Il Rojava, lo Stato curdo siriano, non è riconosciuto dall'Europa.

Gli ex miliziani stranieri dovrebbero quindi essere ceduti a un Paese terzo che formalizzi l'estradizione, come l'Iraq o la Turchia. Anche in questo caso però i margini per una contestazione legale tale da annullare i processi sono forti. Alcuni dei prigionieri sono oggetto di procedimenti penali in paesi europei come quelli del famigerato gruppo "Beatles", accusati della partecipazione ai sequestri di persona ai danni di inglesi, francesi e dell'italiano Federico Motka. Ma davanti un tribunale occidentale anche quelli incriminati sulla base di indagini formali rischiano di essere rilasciati.

C'è poi la questione dei miliziani Isis che non sono di nazionalità europea e contro i quali non si potrebbero muovere accuse. Sono figure importanti, potenziali sorgenti di informazioni. Con il ritiro americano alle porte e la prevedibile fine del Rojava, potrebbero venire uccisi, tornare liberi o venire consegnati al regime siriano che li gestirebbe in base alle sue logiche. In ogni caso per gli Usa e l'Occidente rappresenterebbe una sconfitta. Un'altra ipotesi, non ancora formalizzata e comunque fonte di polemiche, è l'idea di trasferire gli ex combattenti occidentali prigionieri nel Nordest siriano in un campo di detenzione allestito in una zona franca o in un paese terzo, sul modello di Guantánamo.

In attesa di trovare una soluzione comune, la lista dei prigionieri occidentali nel Kurdistan continua ad allungarsi. Qualche giorno fa sono stati fermati altri sei ex combattenti, tra cui un russo, un tedesco e uno svedese. Gli Stati Uniti, attraverso un portavoce del dipartimento di Stato, hanno chiesto ai Paesi alleati di rimpatriare al più presto gli ex foreign fighters. "Nonostante la perdita del territorio in Iraq e in Siria, l'Isis rimane una forte minaccia terroristica e l'azione collettiva è fondamentale per affrontare questa sfida di sicurezza internazionale condivisa", ha commentato il portavoce Robert Palladino. Il tempo per decidere sta per scadere.

 

 

 

 

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