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Mascherin: "Attenti a imbrigliare i giudici con le leggi-sentenza"

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di Liana Milella

 

La Repubblica, 1 dicembre 2018

 

Intervista a Andrea Mascherin, presidente del Consiglio nazionale forense. "Il governo non produca "norme sentenza" che imbrigliano il giudice col rischio di violare la Costituzione". Dice così Andrea Mascherin, penalista e presidente del Consiglio nazionale forense, l'organismo che rappresenta tutti gli avvocati italiani.

 

E dunque anche lei la pensa come Fico e magari è anche critico sul dl sicurezza?

"La legge prevede misure molto severe sull'immigrazione e ritengo, seppur legittime, che quando si alza la soglia del rigore normativo è necessario riequilibrare un tanto con l'aumento delle misure di integrazione. Quindi auspico che ci siano al più presto norme che vanno in questo senso e che, di conseguenza, riequilibrino il decreto".

 

Lei vede un fumus di incostituzionalità nella stretta sugli immigrati?

"Relativamente ad alcuni punti del decreto ci sono sicuramente delle criticità. Ma a questo punto è importante che l'Italia partecipi ai tavoli internazionali, come quello del Global Compact, anche se solo per portare il suo contributo critico. Noi l'abbiamo fatto, costruendo la rete degli avvocati del Mediterraneo proprio per affrontare il tema dell'immigrazione. Ovviamente do per scontato che il diritto di difesa dei più deboli, in questo caso i migranti, deve essere potenziato".

 

Ma il decreto sicurezza e la legittima difesa sono manifesti più che leggi sulla giustizia?

"Dobbiamo partire dal principio costituzionale della separazione dei poteri. Da un lato bisogna garantire che il giudice non sia troppo creativo, tale da sconfinare con le proprie sentenze nel campo del legislatore; ma dall'altro è necessario che il legislatore, ponendo eccessivi vincoli alla discrezionalità del giudice, non finisca col produrre "norme sentenza" sostituendosi così all'esercizio della discrezionalità del giudice stesso".

 

Queste leggi stravolgono anche la vostra professione?

"Mettono a rischio una corretta idea sia della professione di avvocato che di magistrato".

 

Molti parlano di Far West, Ezio Mauro scrive su Repubblica che siamo alla politica della paura, all'invito a farsi giustizia da sé. Condivide questi timori?

"Viviamo nella società dell'incertezza. Vi è incertezza su tutto, sul futuro economico, su quello delle nuove generazioni. L'incertezza crea paura. Sarebbe opportuno che le forze politiche lavorassero insieme per restituire certezze a questa società".

 

Pacini, il gommista che spara ai ladri. Salvini lo chiama e fa propaganda alla sua futura legge sulla legittima difesa. Lei come la vede?

"C'è un doppia lettura. Da un lato la reazione emotiva: di fronte a un lavoratore che subisce 38 furti ed è costretto a dormire in un capannone con la famiglia, avvertiamo un moto di solidarietà umana, comprendiamo la sua esasperazione, e la sua reazione. Ma dall'altro c'è lo stato di diritto, basato sul principio che nessuno può risolvere da sé i conflitti, prevedendo invece l'intervento dello Stato e del giudice".

 

La futura legge potrà evitare qualsiasi indagine? La difesa "sempre" legittima", e quel "grave turbamento" che stoppa l'eccesso colposo, potranno liberare chi spara?

"Sarà sempre necessario che il magistrato, prima il pm e poi comunque un giudice, accertino la dinamica dei fatti. Soprattutto per via della situazione psicologica del grave turbamento".

 

Non fare un'indagine sarebbe contro i principi del diritto?

"Si violerebbe l'obbligatorietà dell'azione penale, che qui attiene alla legittima difesa".

 

Ha letto cosa dice la sua collega Bongiorno? Lei sta con chi spara e dice che la legge in vigore costringe la vittima a fare troppe verifiche prima di difendersi.

"L'espressione "io sto con chi spara" non la condivido a priori come affermazione di principio, chiunque sia a sparare, un poliziotto, un criminale o una parte lesa, perché l'uso di un'arma dev'essere l'ultima ratio. Altro è chiarire meglio gli estremi della legittima difesa".

 

Condivide la futura legge?

"Ha un problema sulla verifica del grave turbamento, perché sarebbe di natura prettamente psicologica, quindi difficile da fare. E poi va garantito il libero convincimento del giudice, la sua discrezionalità, per consentirgli di trattare i casi, che sono sempre diversi tra loro".

 

Trova corretto che Salvini telefoni a Pacini mentre la sua polizia indaga? Non è una sorta di sentenza in anticipo?

"Qui il problema è di linguaggio. Salvini comunica una solidarietà emotiva. L'aspetto delicato è il ruolo che riveste e quindi il messaggio culturale che rischia di trasmettere. Il messaggio in realtà finisce con l'affermare il fallimento dello Stato rispetto a un cittadino costretto a difendersi da solo. Lo Stato di diritto non deve armare i cittadini, ma difenderli".

 

 

 



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