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Lotta alla mafia: se i pentiti vengono rottamati

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di Attilio Bolzoni

 

La Repubblica, 5 gennaio 2019

 

È come se nessuno avesse più bisogno di loro. Quello che dovevano fare l'hanno fatto, una stagione giudiziaria è finita per sempre e anche i collaboratori di giustizia adesso possono chiudere bottega. Non servono più, il loro apporto alle indagini è trascurabile, i nuovi metodi investigativi li hanno scavalcati, la tecnologia (microspie, localizzatori satellitari, virus informatici) li ha resi praticamente quasi inutili.

Ma è proprio così? Davvero i pentiti delle nostre mafie sono diventati solo un "problema" per lo Stato? L'omicidio nel giorno di Natale a Pesaro di Marcello Bruzzese, fratello di un 'ndranghetista che ha saltato il fosso, illumina una questione delicatissima e complicata che negli ultimi anni è rimasta sotto traccia. Cosa se ne fa e, soprattutto, cosa ci guadagna lo Stato a mantenerli ancora? E poi: li tutela come dovrebbe, oppure si è allentata nel Paese una "tensione" che ha portato a considerarli solo un peso?

In questo inizio di 2019 sono 1277 i criminali che hanno scelto di cambiare vita inseriti nel programma di protezione del ministero dell'Interno, accompagnati da cinquemila familiari, un esercito invisibile, un'umanità "clandestinizzata" per legge e che sopravvive sotto falso nome in località segrete. Se appena un quarto di secolo fa venivano coccolati e qualcuno di loro persino riverito, oggi sono ritenuti un fastidio che lo Stato eviterebbe volentieri.

Non si chiamano più Buscetta o Contorno o Calderone, non sono più capi carismatici di organizzazioni come Cosa Nostra che con le loro "cantate" potevano disarticolare intere Cupole ma sono "incagliacani" (accalappiacani), gente di poco conto che si pente in massa come i Lo Russo, quelli del "clan dei Capitoni" di Secondigliano che riferiscono all'autorità giudiziaria fatti che vengono superati dalla cronaca nel giro di poche settimane se non addirittura di giorni. Il primo problema dei pentiti sono proprio loro: i pentiti.

La "qualità" dei collaboratori di giustizia è più scarsa, sono meno rilevanti rispetto al passato. Svelano vicende che gli investigatori, spesso, sono ormai in grado di ricostruire senza di loro. E pentiti di politica e grandi affari neanche l'ombra. Il secondo problema è il "servizio di protezione". Depotenziato, asciugato. Negli anni '90 era un'eccellenza dell'apparato statale, oggi è un organismo burocratico - privato di mezzi e risorse - che gestisce un inferno.

Qualche tempo fa il nostro collega Enrico Bellavia ricevette minacce per un'intervista al pentito Francesco Di Carlo, che a sua volta fu destinatario delle stesse minacce. Ma il pentito non fu mai informato per via ufficiale. Un collaboratore di giustizia sotto grave intimidazione che non sapeva niente di quello che gli stava accadendo. Semplicemente assurdo.

Falle del sistema, una macchina che non funziona più per come era stata ideata sul modello americano, con i Marshall schierati a difendere i "testimoni di giustizia". Il servizio di protezione oggi è quello che un tempo si sarebbe definito un "carrozzone". Siamo entrati in una stagione incerta di lotta al crimine. Dove gli "schemi" utilizzati subito dopo le stragi non hanno più senso ed efficacia. È cambiato tutto.

E quei pentiti che un po' di anni fa erano ritenuti "indispensabili", oggi solo raramente riescono ad offrire un contributo prezioso alle indagini. Poi, la magistratura giudicante per una condanna non si accontenta più delle loro "chiamate", anche se sono due o anche tre. Ecco perché i collaboratori di giustizia sono caduti in disgrazia e perché lo Stato, in sostanza, non ci crede più.

 

 

 



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