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L'odissea dei 49 migranti e l'Europa nel guado tra strategie e coscienza

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di Paolo Di Stefano

 

Corriere della Sera, 8 gennaio 2019

 

Più passano i giorni, più il problema politico si trasforma sotto i nostri occhi nella più semplice e abbagliante delle questioni non umanitarie ma umane. Si tratta di una questione politica europea: la ragionevolezza vorrebbe che gli Stati si mettessero d'accordo per accogliere la miseria di 35 migranti più 14, cioè un totale di 49 profughi africani che sono stati salvati dalle navi di due Ong e cercano rifugio in uno dei tanti porti del Continente. Per mostrare esemplarmente a un bambino di dieci anni l'incapacità colpevole o meglio l'indifferenza olimpica dell'Europa di fronte a un fenomeno che ormai è solo ridicolo o vile o incosciente chiamare emergenza, basterebbe aver seguito qualche telegiornale delle ultime due settimane. Da giorni si racconta delle condizioni penose in cui sono ridotti uomini, donne e bambini, dei gravissimi pericoli per la salute, del freddo insopportabile, delle intemperie, delle condizioni complessivamente disumane in cui si trovano.

Da giorni scorrono in tv le immagini strazianti seguite dalle astratte polemiche dei governi, dagli appelli umanitari e dalle repliche dei duri, dalle affermazioni affrettate e dalle successive smentite. Da settimane assistiamo al disgustoso spettacolo che riduce 49 vite a battibecco internazionale, a scaricabarile e rimbalzo di accuse, a bilancino di calcoli numerici, a prudenza diplomatica e preoccupazione nel non voler "creare un precedente". Salvare dei poveri dispersi in fuga dalle guerre o dalla miseria dei loro Paesi sarebbe, per i singoli Stati europei che hanno appena lautamente festeggiato il Natale il Capodanno e l'Epifania, un precedente imperdonabile, perché salvarne uno (o 35 o 14 o 49) potrebbe significare in futuro doverne salvare troppi: e nessuno, per il momento, intende assumersi questa immonda responsabilità. Dunque, meglio niente che troppi. Il risultato è che, più passano i giorni, più il problema politico si trasforma sotto i nostri occhi nella più semplice e abbagliante delle questioni non umanitarie ma umane. Una autentica questione di coscienza umana. Ammesso che l'aggettivo "umano" abbia ancora un valore senza cadere nel sospetto di debolezza buonista.

 

 

 



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