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L'illusione di sicurezza dell'Italia con la pistola

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di Fabio Tonacci e Paolo G. Brera

 

La Repubblica, 3 dicembre 2018

 

L'Italia che ha paura. L'Italia che fa paura. L'illusione della sicurezza, generata da una pistola nel comodino. Sono 4,5 milioni i cittadini che hanno scelto di armarsi. Ecco perché. L'illusione della sicurezza, generata da una pistola nel comodino e da un governo che spinge per allargare "l'ombrello" della legittima difesa. "Se entri in casa mia a rubare ti sparo, poi si vede".

Ma non è così, la realtà è più complessa della brutale sintesi che il ministro dell'Interno Matteo Salvini, e la Lega tutta, ancora in questi giorni dopo il caso del gommista Fredy Pacini, ripropone al Paese. Le indagini per omicidio, quando a morire è il ladro o l'aggressore, si faranno sempre e comunque. Ed, eventualmente, anche i processi. La politica, però, non può ignorare un dato oggettivo: il numero degli italiani a mano (legalmente) armata cresce di anno in anno. Nel 2017 le licenze sono diventate 1,4 milioni.

Quelle per uso sportivo sono salite addirittura di 100mila unità in dodici mesi, arrivando a quota 584mila. Ed è in questa cifra che, al netto degli appassionati di tiro a volo, misura l'inquietudine. Pensionati e casalinghe vanno nei poligoni per imparare a sparare con pistole come la Glock calibro 9, quella con cui Luca Traini scatenò il suo personale far west a Macerata. Costa seicento euro in armeria, dodici euro una scatola con cinquanta proiettili. Ci vuole davvero poco. L'Italia non sa nemmeno quante armi possiede.

Il Viminale non vuole rendere pubblico il censimento ufficiale di pistole, fucili, doppiette, carabine, in circolazione. "È un dato troppo sensibile", ti rispondono, quando chiedi i dati. Siamo fermi alle ben poco rassicuranti stime del Censis, secondo cui nelle case di 4,5 milioni di italiani c'è almeno un'arma da fuoco. Eppure il numero assoluto dei reati diminuisce, compresi i furti (-9,5 per cento su base annua) e le rapine (-12,3 per cento). È lo Stato che ha l'onere della sicurezza pubblica, perché è un principio cardine del patto sociale. Quando i cittadini si armano non è mai un buon segnale.

 

"Disapprovo il Far West, il fucile è chiuso a chiave"

 

Oscar, tecnico informatico, vive a Gardone con Jessica, operaia: "Abbiamo una bambina piccola, lo Stato ti offre sempre meno protezione per cui ho preso un'arma; ma da qui a usarla ci vuole molto coraggio, e io sicuramente non lo avrei. L'arma sta al suo posto nell'armadio, e la bambina non sa dov'è: ha quasi 12 anni ma non mi fido, non si sa mai. Il fucile è chiuso a chiave e le munizioni sono lontane: non farei mai in tempo a usarlo. Lo tengo solo perché ti senti un po' più protetto, con tutto quello che si sente in giro ho detto: e vabbé. Il porto d'armi lo avevo, ai tempi andavo a caccia ma non mi piaceva: meglio il tiro al piattello, così non faccio male a nessuno. Non sono un pistolero, e sparare in casa al primo che capita non mi pare giusto: in Italia non abbiamo quel tipo di cultura, dal niente diventerebbe troppo e rischiamo il Far West. Viviamo in una palazzina di sei appartamenti, se sento un vetro rotto vado a prendere mia figlia, mi chiudo in bagno e finisce lì: gli lascio fare quello che devono, così la mia vita è tutelata. Il fucile resta dov'è: l'eroe lo facciano altri".

 

"Per proteggere i miei disposto anche a sparare"

 

Ezio, 48 anni, operaio di Marcheno Val Trompia, vive in una casa isolata: "Un anno e mezzo fa ho comprato il fucile. Ho due bambine di 6 e 10 anni, con tutto quello che succede in questo mondo ho paura e voglio difenderle. Nella nostra zona stanno aumentando le rapine e i furti, e prima o poi... La notte si sentono i rumori, devi sempre stare in guardia. Le bambine non sanno del fucile, è pericoloso e lo tengo ben nascosto. Mia moglie? Condivide: in casa dobbiamo poterci difendere. Siamo andati a sparare qualche volta al poligono, a Gardone. Ho il porto d'armi sportivo, ma il fucile lo tengo qui per difesa, chiuso ma pronto all'uso. E io la notte sono sempre in guardia. Ho l'allarme, ma qui continuano a esserci furti e io scatto al primo rumore. Ti seguono, ti controllano: devi sempre tenere gli occhi aperti. Se sento rumori prendo il fucile. È già successo: mi sono messo davanti alla porta, ho guardato fuori dalla finestra; non ho caricato, ma ero lì. Se entrano, sparo. Il coraggio di premere il grilletto lo avrei. E vale anche per il giardino: è la mia zona privata. Cercherei di mirare alle gambe, questo sì: è sempre brutto ammazzare una persona; però la paura e le premure sono per la mia famiglia. Se li vedo scappare, bene. Ma se avanzano sparo".

 

"Se mi aggrediscono ho una via d'uscita"

 

Santina, impiegata di Sarezzo, vive con suo marito Renato e una gatta: "Tutto è cominciato quando abbiamo ereditato i fucili di mio padre: mio marito prese il porto d'armi per poterli tenere, poi ci siamo appassionati al tiro al piattello e l'ho preso anche io. Anche la pistola è sportiva: la usiamo al poligono, ma raramente. Però ci sono stati parecchi furti in zona, e avendola in casa ci sentiamo un po più sicuri. Usarla davvero? Non sono sicura che me la sentirei, tra possederla e sparare c'è una bella differenza. Abbiamo paura, sì, ma non siamo a quei livelli: è chiusa in un armadietto blindato in camera da letto, insieme ai fucili sportivi. Non dormiamo certo con la pistola sotto al cuscino, per capirci. E non penso che usciremmo dalla camera con la pistola in mano, se sentissimo un rumore. È vero che la persona che sbaglia non sono io che ti sparo ma sei tu che entri in casa mia, la logica è giusta, ma guai a far passare il messaggio che se ho un'arma posso farci quello che mi pare. Ci vuole moderazione e buon senso. Sei in casa mia? Non va bene, ma se non parti aggredendomi...ok, prendi quel poco che trovi e vattene senza farmi male. Ma se uno entra con cattive intenzioni, con la pistola senti almeno di avere una scappatoia".

 

 

 



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