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Libia, l'inferno più vicino a noi

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di Corrado Formigli

 

Elle, 17 marzo 2019

 

La riduzione in schiavitù e lo sterminio dei migranti neri d'Africa ci lasciano indifferenti, perfino infastiditi, ma nessuno potrà più dire "io non sapevo". Sebha, Zintan, Khoms, Bani Walid... ricordateveli questi nomi. Appendete dei bigliettini sul muro della vergogna. Sono i luoghi della Libia - soltanto alcuni dei luoghi in realtà - dove migliaia e migliaia di profughi in fuga dalla guerra e dalla fame vengono detenuti al di fuori di ogni legge, trattato o convenzione. La scorsa settimana le telecamere di "Piazzapulita" sono riuscite a entrare nei centri illegali di detenzione e documentare il traffico osceno di migranti schiavi.

C'è il carceriere che racconta la sua tortura preferita "col ferro da stiro rovente", quello ritratto accanto a due giovani nigeriane con gli occhi sbarrati dal terrore che ci illustra il prezzo della sua merce. C'è il detenuto che invia col telefonino un video clandestino denunciando i novanta morti per malattia dentro il suo carcere. E poi bambini sfigurati dalla scabbia, braccia piagate, schiene solcate da cicatrici di fruste, l'inferno in Terra, l'inferno nel Paese che guarda le nostre coste, pagato per tenersi i profughi diretti in Europa.

Oggi, se un barcone affonda all'interno della Sar libica (la zona di ricerca e salvataggio che andrebbe assegnata solo alle nazioni che hanno un porto sicuro, non certo a Tripoli), il centro di controllo italiano smista l'Sos alla guardia costiera di quel Paese. I naufraghi dunque, se non affogano, vengono riportati nei recinti di morte da cui sono fuggiti. Lì ricomincia il ciclo del terrore: violenza, detenzione e lavoro in schiavitù finché dalle famiglie non arrivano i soldi del riscatto. E se i soldi non arrivano, c'è solo la morte. E noi che facciamo? Vent'anni fa, per i diritti umani della minoranza albanese del Kossovo bombardammo la Serbia. Nel 2014 abbiamo applaudito le bombe contro il genocidio pianificato dall'Isis in Iraq. Oggi riduzione in schiavitù e sterminio dei migranti neri d'Africa ci lasciano indifferenti, perfino infastiditi. Chi denuncia è un "buonista". Ma la Libia è per tutti noi una questione morale. Perché nessuno potrà più dire "io non sapevo".

 

 

 

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