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Libia. La strana guerra di Haftar e le idee nuove che servono

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di Franco Venturini

 

Corriere della Sera, 9 aprile 2019

 

Il pericolo che i governi italiani degli ultimi cinque anni hanno sottovalutato votandosi alla causa dell'Onu condita da inutili e persino avvilenti proclami statunitensi è che la Libia diventi sempre di più il teatro di una guerra per procura tra potentati islamico-petroliferi.

Cosa vuole il generale cirenaico Khalifa Haftar, e chi lo aiuta ora che i suoi miliziani mascherati da esercito assediano Tripoli? Soltanto rispondendo a queste domande potremo inquadrare correttamente l'ennesima strana guerra libica, e ricavare le indicazioni politico-militari che potrebbero servirci ad alleviare, sarebbe ora, le pesanti minacce che il caos in Libia fa gravare sugli interessi nazionali italiani. Per cominciare, Haftar vuole davvero espugnare Tripoli? È improbabile, a meno che siano le numerose e non coordinate milizie della capitale a donargliela in cambio di sostanziosi benefici.

Ma Tripoli è difesa anche dagli uomini di Misurata, che sanno battersi. E un bagno di sangue non aiuterebbe la causa del generale di Bengasi. Piuttosto, bisogna capire in cosa consiste questa causa. Dal 2016 un interminabile negoziato di conciliazione tra Cirenaica e Tripolitania, tra Khalifa Haftar e Fayez al-Sarraj (un civile il cui governo è riconosciuto dalla comunità internazionale, ma che ha poche baionette sulle quali sedersi) viene condotto dall'Onu con l'appoggio particolarmente convinto dell'Italia.

Dopo molti alti e bassi, più bassi che alti, dieci giorni fa il Segretario del Palazzo di vetro Antonio Guterres si è spinto fino ad annunciare il raggiungimento di un accordo tra le due parti libiche sul punto cruciale della sicurezza e della riorganizzazione militare: Haftar guiderà l'esercito nazionale come chiede da tempo, ma sopra di lui sarà una autorità civile ad avere davvero il comando. E la conferenza di Ghadames, a metà aprile, renderà ufficiale il compromesso.

A Bengasi scoppia il finimondo. Il generale che vuole diventare il nuovo Gheddafi agli ordini di un civile, magari proprio al-Sarraj? Bisogna reagire immediatamente. A fine marzo Haftar, che ha già l'appoggio di Egitto e Emirati Uniti oltre a quello di Francia e Russia, compie una visita lampo in Arabia Saudita, che è da tempo la sua vera finanziatrice via il Cairo. Il risultato è che l'operazione Tripoli può scattare, ci sono i mezzi e ci sono le coperture indispensabili.

Lo scopo è dire chiaramente all'Onu e a tutta la comunità internazionale che Haftar non ci sta, che se si vuole un accordo le decisioni militari dovranno spettare a lui e non ai civili, e che soltanto a queste condizioni la conferenza di Ghadames potrà aprire i battenti. E ancora: che se l'Onu e gli altri non vorranno dargli ascolto lui saprà usare la forza, e seppellire con le maniere forti un metodo negoziale che ha fatto il suo tempo.

Non sorprende allora che Parigi si faccia in quattro per assicurare che la Francia non c'entra (anche se in Italia torna ad affiorare una polemica mediatica che fa piacere al governo gialloverde), che altrettanto faccia la Russia già piena di problemi tra Siria e Venezuela, che Washington ritiri i suoi pochi uomini e intimi al ben noto generale (durante l'esilio risiedeva a Langley, sede della Cia) di fermarsi subito, che persino l'Egitto dica di non essere questa volta d'accordo con Haftar e che l'Onu non annulli l'appuntamento di Ghadames il 14 aprile.

A parte la probabile ipocrisia dell'Egitto, si tratta di uno schieramento che forse Haftar non aveva previsto. Più debole di quanto sembri, con le linee di rifornimento molto allungate, l'uomo forte di Bengasi rischia un boomerang devastante. Ma in fondo, se sarà saggio, gli può bastare rimanere dov'è, tenere il dito sul grilletto anche nel caso che l'arma sia in realtà scarica. Senza di noi la pace non si fa, questo gridano gli armigeri del generale. E hanno ragione, ormai dovremmo averlo capito.

Se Haftar ha i suoi ricchi e potenti amici, anche al-Sarraj riceve l'aiuto di Qatar e Turchia oltre a quello del Palazzo di Vetro. Il pericolo, che i governi italiani degli ultimi cinque anni hanno sottovalutato votandosi alla causa dell'Onu condita da inutili e persino avvilenti proclami statunitensi (il "Ruolo dirigente" di Obama, la "Cabina di regia" di Trump), è che la Libia diventi sempre di più il teatro di una guerra per procura tra potentati islamico-petroliferi, con l'Italia alla finestra dopo la vana conferenza di Palermo, la Francia alla ricerca di qualche spiraglio per Total in rivalità con l'Eni, l'America assente, la Russia prudente o calcolatrice, l'Europa intera disinteressata pur sapendo che la Libia resta il più grande e atroce serbatoio di migranti, e i migranti tradotti in politica rischiano di affondare la Ue più delle elezioni di maggio.

Serve, è evidente, un approccio diverso e più efficace. Siamo in grado, noi Italia, di diventare davvero "cabina di regia", di coinvolgere pienamente e da subito Usa e Russia (e forse Cina), di organizzare (non da soli, ma per esempio mettendo alla prova l'annunciata buona volontà di Parigi) conferenze non concorrenziali tra loro e finalmente utili, di chiedere sanzioni contro chiunque alimenti la destabilizzazione libica, di scuotere l'Europa, di ipotizzare anche l'impiego di forze di pace e di interposizione d'intesa con l'Onu, di prendere insomma, visto che abbiamo davanti alla porta di casa un incendio che può diventare catastrofico, le iniziative che abbiamo sin qui trascurato nascondendoci dietro le mediazioni degli inviati del Palazzo di Vetro?

Se dovessimo giudicare dalla politica estera del governo in carica, gestita nei ministeri sbagliati a soli scopi elettorali, dovremmo esprimere un cupo pessimismo. La ferocia verso i migranti che regna nei campi di detenzione libici (nella "nostra" Tripolitania!) non solleva alcuna indignazione. E dopotutto, se dovessero arrivare nuove ondate di migranti dalla Libia, la "politica della fermezza" saprebbe conquistare altri consensi rivolgendo un silenzioso grazie ad Haftar, o a chi per lui.

 

 

 

 

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