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Libia. La guerra mette a rischio gli accordi dell'Italia sui migranti

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di Gerardo Pelosi

 

Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2019

 

L'Italia resta in Libia. Lo fa con circa 500 uomini: i dipendenti dell'ambasciata italiana, i marinai della nave officina alla fonda nel porto di Tripoli e i circa 100 tra medici militari e logistici che lavorano ancora nell'operazione Ippocrate, all'ospedale di Misurata.

E l'Italia resta anche capofila in Europa e a fianco dell'Onu per un'azione politico-diplomatica volta a far ritirare Haftar ed avviare la conferenza di Gadames il 14 aprile, primo passaggio per un percorso che porti a nuove elezioni. Un'azione congiunta e coordinata quella messa in campo anche ieri dal premier, Giuseppe Conte, dell'ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Buccino (che ieri ha incontrato il presidente del Governo di unità nazionale Fayez al Serraj) e dell'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, Federica Mogherini.

Il quadro resta sempre molto critico: il missile lanciato ieri dall'esercito di Haftar contro un hangar dell'aeroporto internazionale di Tripoli Mitiga era probabilmente diretto a colpire aderenti alla milizia salafita che non è passata con l'esercito di Bengasi ma poteva causare una strage se avesse colpito un aereo con pellegrini diretti alla Mecca.

Continua una "guerra di attrito" molto più pericolosa e ideologica rispetto a quella del 2014 ma che non prevede a breve alcuna rottura dei fronti. Sul fronte delle possibili ripercussioni per le partenze di migranti c'è da segnalare che l'Oim (Organizzazione internazionale dei migranti) non ha abbandonato il Paese ma ha solo ridotto la sua operatività.

Una guerra a lungo termine potrebbe comportare dei rischi sull'aumento dei flussi di migranti dal Mediterraneo centrale, ma a breve non c'è da prevedere un aumento delle partenze anche perché le città della costa da cui partono normalmente i barconi sono in mano alle forze di Tripoli sorvegliate dalla Guardia costiera.

Continuano inoltre ad essere pienamente validi e implementati gli accordi già sottoscritti a suo tempo dall'ex ministro dell'Interno, Marco Minniti e confermati dall'attuale esecutivo, come il "ponte di solidarietà" e un altro progetto per 5o milioni di euro finanziato insieme all'Unione europea che prevede di fornire assistenza e aiuti anche economici alle comunità del Nord Ovest e del Sud ma soprattutto a quelle città sulla costa come Zwara e Gasr la cui popolazione ha spesso hanno collaborato con le organizzazioni dei trafficanti di esseri umani per le partenze dei barconi.

Per quanto riguarda gli accordi con i sindaci del Sud delle tribù Tebu e Tuareg già da tempo non erano più uno strumento operativo per controllare i flussi migratori da Sud ora monitorati direttamente sulla costa e in mare. Semmai la proroga della missione europea Sophia senza più dispositivo navale dallo scorso i aprile è intervenuta proprio nel momento in cui vi sarebbe stato bisogno di maggiore vigilanza affidata ora solo a sei velivoli di vari contingenti europei (l'Italia partecipa con un drone) che sorvegliano le acque libiche e le piattaforme petrolifere dell'Eni.

Proseguirà invece nei prossimi mesi l'attività addestrativa a terra di Sophia per la Guardia costiera libica (già addestrati 355 uomini). L'Alto rappresentante della politica estera e di difesa Ue Mogherini ha ricordato ieri che l'Ue "non ha mai considerato la Libia un Paese sicuro e gli ultimi eventi tristemente ce lo ricordano".

La Mogherini ha spiegato che l'attività di addestramento dell'operazione Sophia dei guardacoste libici prosegue sottolineando in particolare l'importanza che si attribuisce alla componente dei diritti umani. Quanto all'ambasciatore italiano Buccino, nell'incontro avuto ieri con il premier Fayez al-Sarraj "ha confermato il rifiuto da parte del proprio Paese dell'aggressione a Tripoli e della minaccia che essa rappresenta per la vita dei civili, sottolineando la necessità di un ritorno dell'esercito da dove è venuto". E dal Consiglio Esteri di Lussemburgo il ministro Enzo Moavero riconferma il forte sostegno italiano agli sforzi del rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Salamé.

 

 

 

 

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