Lunedì 10 Dicembre 2018
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Libero Grassi, l'uomo perbene che sfidò la mafia

PDF Stampa
Condividi

di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

 

Corriere della Sera, 29 agosto 2016

 

Venticinque anni fa l'omicidio dell'imprenditore palermitano che ha denunciato i ripetuti tentativi di estorsione rompendo il velo sulla piaga del pizzo mafioso ai danni
"Caro estortore" - "Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere.


Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui". Con queste parole, pubblicate sul "Giornale di Sicilia" il 10 gennaio 1991, l'imprenditore siciliano Libero Grassi denunciava i ripetuti tentativi di estorsione rompendo il velo sulla piaga del pizzo mafioso ai danni di imprenditori e commercianti. Un appello coraggioso e inusuale, che costerà a Grassi un pericoloso isolamento, anche da parte di molti colleghi, tra cui il presidente degli industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, che dalla radio non si dimostrerà solidale e lo accuserà di soffrire di manie di persecuzione.
E dopo il clamore suscitato dalla lettera, dopo l'interesse dei media e l'invio delle forze dell'ordine a protezione dell'azienda tessile Sigma, l'imprenditore palermitano e la sua famiglia si ritrovano a portare avanti la battaglia contro il racket mafioso in solitudine, fino alla mattina di quel tragico 29 agosto di venticinque anni fa, quando quattro colpi di pistola freddano su un marciapiede della città siciliana.
Palermo, città difficile - "Da quarant'anni vivo a Palermo: è una città difficile, dove chi vuole emergere deve fare i conti con un'atmosfera di violenza diffusa, palpabile". Libero Grassi è ben consapevole dei rischi cui si espone sfidando apertamente la mafia, ma non può accettare di vivere sotto il ricatto malavitoso, lui, siciliano orgoglioso, che dopo gli studi universitari e le prime esperienze imprenditoriali al nord sceglie di tornare a Palermo per fondare nella terra natale la Sigma, l'azienda di biancheria e camiceria che negli anni arriverà a dare lavoro a 150 operaie. Cittadino onesto e battagliero, Libero Grassi non è nuovo all'impegno civile per la legalità, fin dai tempi del "Sacco di Palermo", di Salvo Lima e Vito Ciancimino, quando contesta lo scempio del litorale cittadino, e poi quando da consigliere della municipalizzata per l'energia si batte perché la città venga dotata di una rete di distribuzione del gas. Accanto a lui una compagna altrettanto battagliera, la moglie Pina Maisano, militante dei Radicali, che gestisce lo storico negozio di tessuti di famiglia nel centro della città e che dopo la morte del marito porterà avanti strenuamente il suo messaggio di legalità
"Credo nei media" - Dopo la famosa lettera del gennaio 1991, le denunce di Libero Grassi porteranno all'arresto di 8 mafiosi, rendendolo un simbolo della lotta alla criminalità ma al tempo stesso un bersaglio. Grassi, però, confida nei media, è convinto che gli faranno da scudo e continua la sua battaglia dalle pagine dei giornali e persino in televisione, intervistato da Michele Santoro nella trasmissione "Samarcanda", a cui dice: "Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi. Se duecento imprenditori parlassero, milleseicento mafiosi finirebbero in galera. Non le sembra che avremmo vinto noi?"
Un pericoloso isolamento - Nel momento di massima esposizione mediatica, dopo le manifestazioni di solidarietà delle istituzioni, del prefetto e del sindaco di Palermo, dei sindacati e delle Acli locali, a Libero Grassi manca però il sostegno di Assindustria, l'associazione di cui da anni fa parte e da cui si aspettava molto più che "la telefonata di qualche amico". Ma è il clima generale che avvolge la Sicilia in quei primi mesi del 1991 ad aggravare l'isolamento dell'imprenditore siciliano, con la fine della "primavera di Palermo" e la cacciata del sindaco Leoluca Orlando, la partenza per Roma di Giovanni Falcone e una sentenza clamorosa emessa dal Tribunale di Catania che dichiara che il pizzo non è reato, se pagato per proteggere la propria azienda. A complicare un quadro già abbastanza difficile per Libero Grassi, ci si mettono anche le banche, che nell'estate del 1991 rifiutano alla Sigma dei finanziamenti per uno scoperto di 5 milioni di lire - a fronte di un fatturato di miliardi di lire - e qualcuno avanza il sospetto che sia un modo per prendere le distanze dallo scomodo imprenditore.
Un bersaglio senza protezione - Alle 7:30 del 29 agosto, solo e senza scorta, Libero Grassi percorre a piedi la strada che lo porta alla sua azienda, quando viene freddato alle spalle da quattro colpi di pistola esplosi da Salvatore Madonia, figlio di una potente famiglia mafiosa dell'area San Lorenzo Pallavicino, coinvolta negli omicidi del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del Presidente della Regione Piersanti Mattarella e del Commissario della Polizia Ninni Cassarà. Anni dopo, durante il processo per la morte di Libero Grassi, il fratello del killer, Giuseppe Madonia rievocherà con crudezza la condanna a morte dell'imprenditore: "[...] se a questo cornuto non gli si sparava, tutti gli altri avrebbero seguito il suo stesso esempio di ribellarsi"
Una morte che fa rumore - Una grande folla prende parte ai funerali di Libero Grassi, tra cui il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, volato a Palermo "per rendere onore a un uomo libero", con le operaie della sua azienda in prima fila, insieme ai familiari, alla moglie Pina e ai figli Alice e Davide, che sorprende tutti mentre porta la bara del padre e alza le dita in segno di vittoria. Non mancano le polemiche, tra chi ha sostenuto fin dall'inizio la lotta coraggiosa dell'imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato - altra vittima della mafia - e chi non ha preso le sue difese come l'associazione di categoria. Il sangue di Grassi smuoverà le coscienze di tutti e dalle pagine del Sole 24 Ore, la Confindustria lancerà un appello alle imprese colpite dal racket mafioso perché si ribellino col sostegno dell'organo di categoria nazionale.
L'eredità di Libero Grassi - Con la sua morte, la sfida lanciata alla mafia viene dipinta come l'atto eroico di un uomo straordinario, ma la famiglia rifiuta il "santino" che si sta cucendo addosso a Libero Grassi e ne rivendica la normalità, la scelta di essere semplicemente un buon cittadino, rispettoso delle regole. Nel coro si inserisce anche la voce di Marco Pannella, amico di vecchia data dell'imprenditore siciliano, che ricorda così: "Questo strappo alla vita di uno che è stato non solo uno di noi, ma uno di coloro che, spesso in solitudine, hanno cercato di dare un contributo civile, morale e politico estremamente duro, estremamente difficile". Qualche mese dopo la morte di Grassi, verrà varato il decreto che porterà alla legge anti-racket 172, con l'istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.
Dire basta al pizzo - Qualche mese dopo, il 20 settembre, con una trasmissione a reti unificate Rai-Fininvest, i giornalisti Michele Santoro e Maurizio Costanzo ricordano la figura di Libero Grassi, mentre nella società civile l'insegnamento dell'imprenditore ribelle alla mafia assume dei risolti concreti grazie all'azione di altri imprenditori, come Tano Grasso, nella convinzione che solo dall'unione della categoria potrà arrivare la forza necessaria a dire basta al pizzo. Mentre la battaglia personale di Libero Grassi verrà portata avanti da sua moglie Pina, eletta senatrice nel 1992 nelle liste dei Verdi e attiva nella promozione di associazioni anti-racket.
Il processo e le condanne - Nell'ottobre del 1993 viene arrestato il killer di Grassi Salvino Madonia e il complice alla guida della macchina Marco Favaloro, che poi si pentirà e contribuirà alla ricostruzione dell'agguato. Madonia sarà condannato al 41-bis anche per l'omicidio del poliziotto Natale Mondo, e insieme al fratello indagato anche per il fallito attentato all'Addaura al magistrato Giovanni Falcone.
Nel nome di Libero - Nonostante le minacce e intimidazioni, la vedova di Libero Grassi ha proseguito la lotta per la legalità in nome del marito, all'interno delle istituzioni come senatrice e al fianco della società civile come interlocutrice e sostenitrice di tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d'Italia, tra cui Libera e Addiopizzo, anche se non si è interrotta la scia di sangue di imprenditori e commercianti uccisi dalla mafia, che avevano deciso di seguire l'esempio di Libero Grassi.
La famiglia Grassi e la nuova Sigma - Non mancheranno altre amarezze ai familiari di Grassi, che a dieci anni dall'omicidio replicheranno con rabbia all'uscita infelice del ministro delle Infrastrutture Lunardi, secondo cui "la mafia e la camorra ci sono sempre state e sempre ci saranno. Dovremo convivere con queste realtà". Solo una lettera dell'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla vedova Grassi porrà fine alle polemiche e renderà giustizia al sacrificio dell'imprenditore siciliano, che ha pagato con la vita proprio la scelta di non "convivere" con la mafia. Quanto all'azienda di Libero Grassi, dopo una fase difficile di crisi e il rifiuto degli eredi di accettare il salvataggio pubblico, rinascerà nel 2004 con il nome Sigma Nuova nei locali sequestrati a un costruttore mafioso, con a capo i figli di Libero Davide e Alice Grassi.

 

 

 



06


  06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it