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Lezioni pericolose

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di Maria Giovanna Cogliandro

 

larivieraonline.com, 11 febbraio 2019

 

Dicono che gli opposti si attraggano. Ma ci sono opposti che sottraggono, sottraggono moralità a questo Paese. In particolare, questa settimana, c'è stata una coppia di opposti che mi ha lasciata turbata: da un lato la senatrice Daniela Santanché e dall'altro Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo. Daniela Santanché è stata ospite di "Alla lavagna", trasmissione di Rai 3 nella quale 18 studenti dai 9 ai 12 anni rivolgono quesiti a personaggi della politica, della cultura e dello spettacolo.

"Cosa vuol dire per lei il denaro?" - le ha chiesto una bambina. Al che la senatrice risponde senza esitare: "È l'unico vero strumento di libertà. I soldi servono per essere liberi. E poi mio papà ha insegnato a me e ai miei fratelli che chi paga comanda. E lo dico a te che sei una donna. Pagare i propri conti significa anche comandare. È un grande strumento di libertà il denaro".

Essere economicamente autonomo ti darebbe la libertà di comandare. Puoi dare ordini in base a quanti soldi hai sul conto. La Santaché con spietata franchezza ha illustrato come - purtroppo - gira il mondo. Il problema, però, è che ha ridotto la libertà al comando. Potente uguale libero. E quel che è più drammatico è aver spiattellato quest'equazione pericolosa in faccia a dei ragazzini: che libertà triste e senza speranza si prospetta ai loro occhi. Il denaro considerato "unico" e "vero" strumento di libertà. Con "unico" la Santanché ha spazzato via ogni altra possibilità - che sia la cultura, l'integrità morale, la sete di conoscenza, l'immaginazione, il coraggio - con "vero" ha espresso un giudizio di merito che conferisce alla sua opinione una validità inconfutabile.

La lezione della Santanché è di quelle che ai bambini fanno solo del male. Chi tra loro non riuscirà a diventare ricco, non si sentirà libero. E non è un'esagerazione: a quell'età ciò che ti viene trasmesso dai grandi te lo porti dietro tutta la vita. Ascoltandola ho ripensato e ringraziato la mia professoressa d'italiano delle medie, una santa donna che mi ha insegnato tanto. Parlandoci della libertà ci aveva fatto leggere una poesia di Paul Éluard. Riporto solo l'ultima strofa che rimbomba nella mia testa ogni qualvolta l'aria inizi a farsi asfissiante: "E in virtù d'una parola, ricomincio la mia vita. Sono nato per conoscerti, per chiamarti Libertà". Giuro, mi ha aiutato tantissime volte. Molte più di quante lo abbia fatto il denaro.

Alla Santanché, come dicevo, sento di contrapporre questa settimana Fiammetta Borsellino, ospite di Fabio Fazio a "Che tempo che fa". Per lei libertà significa arrivare a una verità che faccia luce sull'uccisione del padre. Non si è lasciata mettere in catene dai depistaggi, iniziati sin da subito, orditi dai vertici investigativi e accettati da schiere di giudici. Non si è sentita meno libera solo perché ha avuto contro i potenti, quelli che comandano perché hanno i soldi. Per lei libertà è poter dire in prima serata davanti a tutta Italia: "Non mi fido di chi si espone alla liturgia che offre la religione dell'antimafia per ricevere devozione".

Una presa di distanza forte dai falsari dell'antimafia che speculano sulla vita di chi soffre promettendo verità manipolate e libertà bugiarde. Per Fiammetta Borsellino libertà è recarsi nelle carceri a incontrare i figli dei boss per aprire loro un'altra strada: "Mio padre ci ha insegnato che si può morire con dignità quando si vive con dignità. E si può morire con dignità anche quando, dopo aver fatto cose gravissime, si arriva a riconoscere i propri sbagli, a prendere le distanze e a cercare di riparare".

Libertà è un altro finale possibile. Ed ecco risbucare Paul Éluard: "E in virtù d'una parola, ricomincio la mia vita. Sono nato per conoscerti, per chiamarti Libertà".

Per fortuna anche Fiammetta Borsellino incontra spesso i ragazzi delle scuole. Spero riesca a passare da quegli studenti che hanno dovuto assistere, sottostando loro malgrado alla dura legge dell'audience, a una lezione sbagliata. Chissà che un giorno, rincontrando la senatrice Santanché, riescano a dare atto alla raccomandazione di Gianni Rodari: "Bambini, imparate a fare cose difficili: liberare gli schiavi che si credono liberi".

 

 

 



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