Lettere: il carcere e la voce della ragione

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di Laura Coci

 

Il Cittadino, 5 gennaio 2015

 

"La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell'intimo de loro cuori". Così, duecentocinquanta anni or sono, Cesare Beccaria. Scrivere di giustizia e carcere è ora - se possibile - ancora più impopolare di quanto lo fosse nel 1764, anno nel quale Dei delitti e delle pene fu dato alle stampe a Livorno, anonimo, per sfuggire ai rigori della censura, già ostile al pensiero dell'Illuminismo, allo spirito di libertà e uguaglianza che animava filosofi e riformatori. Neppure due anni dopo la pubblicazione, l'opera fu posta all'Indice dei libri proibiti; ma nel 1786 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo, monarca attento alla voce della ragione, abolì la pena di morte nel proprio stato, ove il testo di Beccaria aveva visto la luce per la prima volta.

Il 2014 sarebbe stato dunque un buon anno per onorare nei fatti concreti, e non soltanto nelle occasioni accademiche, Cesare Beccaria e il suo trattato. Un trattato che a duecentocinquanta anni di distanza non ha perso in attualità, a disonore del tempo presente. Un tempo nel quale vediamo riproporsi mali antichi: "la pena di morte non è scomparsa, la tortura ha addirittura conosciuto un'orribile rinascita, il disordine legislativo ci avvolge, i giudizi sono eterni - scrive Stefano Rodotà . L'arbitrio, di nuovo l'arbitrio di poteri prepotenti e incontrollati, sembra avere il sopravvento". Di qui, l'appello al diritto di Beccaria e dei suoi compagni milanesi dell'Accademia dei Pugni, che lo coadiuvarono nella stesura dell'opera: tra questi Pietro Verri, autore delle modernissime Osservazioni sulla tortura, e Alessandro Verri, che nel 1763 era "protettore de carcerati" di Milano, quasi un garante dei diritti dei detenuti, e che grazie al suo ufficio conosceva assai bene le criticità della giustizia penale e le condizioni inumane dei reclusi.

In effetti il 2014 era iniziato sotto buoni auspici: in pochi mesi erano stati approvati due decreti, poi convertiti in legge, cosiddetti "svuota carceri" (Legge 9.08.2013 n. 94 e Legge 21.02.2014 n. 10) e un disegno di legge, pure convertito in norma (Legge 28.04.2014 n. 67), che prevede tra l'altro l'ampio ricorso alla detenzione domiciliare e la depenalizzazione dei reati di lieve entità. Poi - dopo la promozione "con debito" dell'Italia da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, ovvero la concessione al nostro Paese della proroga di un anno per portare a compimento il percorso di riduzione del sovraffollamento penitenziario - la "questione carceraria" è nuovamente ripiombata nell'indifferenza e nel silenzio. Questione impopolare, ora come duecentocinquanta anni fa.

Per questo, ma non solo, giova leggere e rileggere Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Una lettura illuminante. Due le parole chiave che immediatamente colpiscono nel compulsare l'opera: "uguaglianza" (sociale) e "felicità" (pubblica). Senza la prima, non si dà la seconda. Il (buon) "diritto", al quale il filosofo e riformatore milanese costantemente fa appello, promuove uguaglianza, e se non rimuove le cause della diseguaglianza, della "disperata necessità" che troppo spesso è all'origine dei delitti, tuttavia garantisce pene che abbiano per fine non la vendetta nei confronti del reo, ma la convivenza sociale, la felicità del più alto numero di persone possibile, senza danno irreparabile per i singoli.

Se i cittadini - che a questo fine cedono allo Stato parte della propria libertà - hanno diritto a essere difesi dalle aggressioni, hanno altresì diritto a essere considerati innocenti fino a che il delitto loro imputato non sia dimostrato con assoluta certezza; hanno diritto a una carcerazione preventiva che, "essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev'essere meno dura che si possa"; hanno diritto a un processo equilibrato e a un giudizio sereno; se riconosciuti colpevoli, hanno diritto a una pena che non risulti lesiva della dignità, che sia "pronta" ma anche "equa" e "proporzionata" al reato commesso, perché "ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità è tirannica". Hanno diritto, soprattutto, all'uguaglianza, a non essere vittime dell'arbitrio del potere, che è nemico della ragione e degli esseri umani. Letti d'un fiato i quarantasette capitoli del trattato, brevi e incisivi, non possiamo non riconoscere in Beccaria e nei suoi compagni milanesi la voce della ragione, la voce che vorremmo ascoltata dai "monarchi" del tempo presente.

Ma la "questione carceraria" è questione impopolare, ora come duecentocinquanta anni fa. Ancora più impopolare a seguito della conversione in legge (Legge 11.08.2014 n. 117) del decreto "recante disposizioni urgenti in materia di rimedi risarcitori a favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali [...]": rimedi risarcitori quantificati in otto euro per ogni giorno di pena "inumana e degradante". Un'infamia, perché umilia a materia di contrattazione la dignità di una persona, persona nonostante la reclusione: "non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di esser persona e diventi cosa" - ammonisce Beccaria, e ancora - "il fine delle pene non è di tormentare e affliggere un essere sensibile". Una beffa, perché al 27 novembre scorso su 18.104 istanze di rimborso presentate da persone detenute vittime del sovraffollamento ne erano state esaminate 7.351 e di queste giudicate ammissibili soltanto 87! Ben 6.395 sono state infatti le istanze rigettate per mancanza di documentazione, in quanto le procedure per ottenere il risarcimento non sono state definite in modo univoco, lasciando spazio alla discrezionalità e all'arbitrio esecrati in Dei delitti e delle pene (fonte: Ministero della Giustizia).

L'inchiesta "Mafia capitale" dimostra del resto come la cura degli ultimi (detenuti, disabili, rifugiati) sia divenuta un affare lucroso per la criminalità organizzata, che nel tempo presente ha assunto una forte dimensione pubblica, sia per dominanza sia per debolezza del pubblico in sé. È infatti il pubblico che offre maggiore possibilità di carriera, e questa è troppo spesso correlata alla prospettiva di arricchimento personale; e d'altra parte è ancora il pubblico che, demandandola a terzi, abdica alla propria missione: "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale" (così la Costituzione repubblicana) per ristabilire "uguaglianza" e "felicità" (così Cesare Beccaria). È l'amministrazione pubblica che per mancanza di capacità o di risorse delega la gestione di pezzi di stato sociale ad altri soggetti (il cosiddetto "privato sociale"): un meccanismo che comporta costi maggiori e minori controlli, ma che garantisce consenso e supporto elettorale.

La scrittura di Dei delitti e delle pene testimonia l'esigenza di profondo impegno morale e di attenzione ai problemi più urgenti della vita civile, ora come duecentocinquanta anni fa. Ma non solo: "se sostenendo i diritti degli uomini e dell'invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell'ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d'un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini". Dunque, non solo la ricchezza non deve essere uno strumento per acquisire potere, ma anche il lavoro intellettuale non può esser un mezzo per conquistare consenso e benevolenza. Il che, nel tempo presente, è di grande conforto a chi scrive di giustizia e carcere.