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Lettere: equità e diritti, se le sentenze prendono il posto delle leggi

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di Giuseppe De Rita

 

Corriere della Sera

 

Mentre tutti siamo presi dall'attivismo dei pubblici ministeri nelle varie trincee della lotta alla illegalità, non altrettanta attenzione diamo alla progressiva espansione del potere delle magistrature superiori e della loro giurisprudenza.

Giorno dopo giorno si verifica infatti un inatteso sopravanzare della funzione giurisprudenziale sia rispetto alla funzione legislativa (una legge può essere smontata pezzo per pezzo e senza tanti riguardi) come è successo per la "famigerata" legge 40); sia rispetto alla decisionalità politica (si pensi alla affannosa rincorsa del Governo rispetto alle sentenze della Consulta sulle pensioni e della Cassazione sulle scuole cattoliche).

Di questo slittamento del potere verso chi fa o usa la giurisprudenza si è accorta per prima la cosiddetta galassia radicale che da tempo preferisce combattere le proprie battaglie non su nuove leggi e tanti referendum, ma su puntuali sollecitazioni alle diverse sedi di elaborazione giurisprudenziale, dalla Corte Europea dei Diritti Umani alle Corti Supreme di alcuni Stati americani. Ma neppure i radicali avrebbero potuto prevedere che la loro intelligente strategia di minoranza sarebbe rapidamente diventata un comportamento di massa, mettendo in marcia una strisciante propensione a far valere le proprie ragioni richiamando sentenze o interpretazioni legislative precedenti. Con ciò di fatto imponendo una delicata riarticolazione dei poteri istituzionali: l'affievolimento delle funzioni politiche (legislativa e di governo) rispetto alla crescita della funzione giurisdizionale; e, all'interno di quest'ultima, la silenziosa prevalenza dei più alti riferimenti giurisprudenziali.

Sarebbe però un errore prendere il problema per la coda, cioè sullo scontro potenziale fra i grandi poteri dello Stato. È più corretto invece andare alla radice profonda del fenomeno; e constatare che la vittoria della interpretazione cumulativa delle norme è strettamente legata al crescente dominio del concetto di equità. Ne abbiamo parlato tanto, troppo, di equità, fino a scontornarne il senso profondo. Ma contrariamente allo svaporarsi di altri riferimenti di moda (la trasparenza come la legalità) il concetto di equità ha trovato modo per innestarsi nel panorama istituzionale.

Se la equità è ormai un comandamento sociale primario, nessuno sa però come affermarlo in concreto: non lo sa la politica, sempre intessuta di complessità e di mediazioni; non lo sanno i legislatori, sempre troppo sicuri che basti promulgare tante norme per stabilire cosa è bene e cosa è male; non lo sanno gli amministratori pubblici, prigionieri da sempre della fredda neutralità dell'atto amministrativo; non lo sanno gli opinion makers, naturaliter portati alla facile e generica strumentalizzazione del termine.

Lo sanno invece bene coloro che, ispirati dal primato dell'interpretazione equitativa, costruiscono sentenza dopo sentenza un corpo di norme coerenti con le attese di equità dei singoli e delle comunità in cui vivono. Sembra che seguano l'intuizione di Rosmini ("quando la giustizia resta stretta e non garantisce l'eguaglianza ed allora occorre l'equità a ristabilire l'equilibrio") che forzava la mano per superare la configurazione tradizionale di applicazione delle leggi e per aprire la strada a una giustizia "larga" capace di almeno camminare insieme alla evoluzione complessiva del sistema.

Si tratta di un fenomeno serio e complesso, certo non frutto di ambizioni corporative o individuali: sarebbe quindi utile dedicarci un po' di attenzione prima che scattino le polemiche sui pericoli del primato di una giustizia "larga" potenzialmente aperta anche ad indebite scorribande interpretative, destinate a perfezionare la legalità e la trasparenza di quella tanta giustizia "stretta" oggi maggioritaria.

 

 

 



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