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L'equa riparazione è oggettiva. Si prescinde dal dato emozionale: conta solo il danno

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di Giovambattista Palumbo

 

Italia Oggi, 1 maggio 2017

 

Sentenza della Corte di cassazione interviene sulla non ragionevole durata del giudizio. Il significato dell'equa riparazione prescinde dal dato emozionale soggettivo e valorizza invece la componente oggettiva del danno prodotto dalla durata irragionevole del processo, e l'offesa per la lesione del diritto ad un procedimento giurisdizionale che si svolga nei tempi ragionevoli, come prescritti dalla Costituzione e dalla Cedu, con conseguente perdita dei vantaggi personali conseguibili da una sollecita risposta del servizio giustizia.
Così ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 2028 del 26/1/2017. Nel caso di specie la Corte d'appello di Perugia, in sede di rinvio dalla Cassazione, aveva riconosciuto a favore del richiedente l'importo di euro 10.000,00, a titolo di indennizzo per la non ragionevole durata del giudizio di divisione introdotto nel 1976 ed ancora in corso nel 2009, quando era stata proposta la domanda di equa riparazione. La Cassazione aveva annullato il decreto della Corte d'appello nella parte in cui commisurava l'indennizzo esclusivamente al tempo successivo al 1994, quando il richiedente si era costituito nel giudizio presupposto, dopo essere rimasto fino ad allora contumace.
All'esito del nuovo giudizio di rinvio, ai fini della liquidazione dell'indennizzo, la Corte d'appello aveva poi però ritenuto di dover procedere ad una valutazione in parte disancorata dagli usuali criteri, tenendo conto che il ricorrente, nato nel 1971, per ragioni di età, non avesse consapevolezza della vicenda giudiziaria, iniziata nel 1976, almeno fino all'adolescenza. Il richiedente ricorreva quindi in Cassazione, contestando, tra le altre, l'argomentazione secondo cui, nei primi anni del processo, non aveva potuto subire pregiudizio, non essendo in grado, per l'età, di avere consapevolezza della vicenda processuale. Tale
motivo di censura, secondo i giudici di legittimità, era fondato, risultando ingiustificata la riduzione del periodo, operata dalla Corte d'appello nell'ambito della liquidazione dell'indennizzo, sul rilievo che il ricorrente non aveva subito pregiudizio fino al tempo in cui era diventato adolescente, essendo in precedenza troppo giovane per avvertire il disagio psicologico nel quale consiste il danno non patrimoniale oggetto di indennizzo. La Suprema Corte evidenziava inoltre che, dopo la sentenza delle Sezioni unite n. 585 del 2014, che ha affermato l'irrilevanza della contumacia ai fini del diritto all'equa riparazione, la questione della partecipazione attiva al processo ha perso di significato, valendo invece il principio per cui qualunque persona che sia parte di un processo, a prescindere dalla consapevolezza soggettiva e dalla partecipazione attiva, ha diritto a che il processo abbia una durata ragionevole.

 

 

 

 

 

 

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