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Le toghe tornano nel mirino della politica

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di Ugo Magri

 

La Stampa, 16 aprile 2019

 

La magistratura è tornata nel mirino della politica. Oggi la sua indipendenza viene minacciata come e, forse, più che ai tempi di Mani Pulite e delle mille inchieste contro Silvio Berlusconi. Le toghe sono maggiormente a rischio perché il tentativo di soggiogarle non viene da leader inquisiti, preoccupati soltanto di sfuggire a una giusta pena, ma è condotto da personalità di governo che si proclamano interpreti dello spirito di vendetta e, metaforicamente, reclamano la forca.

Tanto Luigi Maio quanto Matteo Salvini si sono scagliati a turno contro verdetti da loro giudicati troppo miti o non abbastanza esemplari. Hanno definito "vergognose" certe decisioni, surfando l'onda dello sdegno contro i colpevoli e innescando una gogna mediatica nei confronti dei magistrati "buonisti".

I quali una volta dovevano guardarsi dagli imputati, che manovravano le leve del potere nel tentativo di delegittimarli; adesso vengono egualmente strattonati dai potenti, però a nome delle vittime e per calcoli di natura elettorale. Un tempo pm e giudici passavano per inquisitori a tutto disposti pur di mandare i potenti al gabbio; ora devono proteggersi dal fuoco amico, cioè dall'accusa di anteporre le garanzie della Costituzione alle punizioni esemplari che il popolo reclama. In entrambi i casi, non viene tollerato che il giudice decida in base alla legge, con scrupolo e magari con qualche tormento interiore causato dalle sfaccettature in cui si cela la verità.

L'interesse dell'intervista di Mattia Feltri a Pasquale Grasso, pubblicata a pagina 5, sta proprio in questa realistica presa d'atto. Il numero uno dell'Associazione nazionale magistrati riconosce che il fronte si è spostato, inedite sfide attendono gli operatori della giustizia. Si colgono, nelle parole di Grasso, le stesse preoccupazioni di Sergio Mattarella rilanciate su queste colonne da Vladimiro Zagrebelsky. Il capo dello Stato esorta la magistratura a rimanere concentrata sul proprio compito senza lasciarsi intimidire dal populismo giudiziario che vorrebbe sempre la pena massima. La cronaca trabocca di esempi.

L'ultimo drammatico caso riguarda l'omicidio del maresciallo Vincenzo Di Gennaro. Quando il ministro dell'Interno diffonde personalmente le foto dell'assassino, e le accompagna con il commento standard ("Non merita di uscire dalla galera fino alla fine dei suoi giorni"), diventa difficile vestire i panni del giudice. L'unica via di scampo è uniformarsi. Qualora l'"infame" non ricevesse un bell'ergastolo, che probabilmente merita ma non spetta a Salvini stabilirlo, l'autore della sentenza verrebbe travolto dai media e sui social.

Si coglie la tendenza a riversare sui magistrati le colpe dell'insicurezza collettiva ("Noi li arrestiamo, quelli li rimettono in circolo"). I troppi casi di femminicidio hanno reso ancora più esigui i margini di valutazione, criminalizzando quelle donne che non hanno ritenuto di applicare la giustizia di genere. In questo clima di attenuata civiltà giuridica, è difficile dissentire dal presidente Anm: una separazione delle carriere tra pm e giudici metterebbe la magistratura ancor più sotto schiaffo. Col paradosso che ai garantisti, quelli veri, oggi converrebbe ripensare quella loro antica battaglia, e schierarsi in difesa delle odiate toghe. Chi l'avrebbe mai detto.

 

 

 

 

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