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Le sentenze sui femminicidi e la regressione non vista

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di Dacia Maraini

 

Corriere della Sera, 15 marzo 2019

 

A Genova un uomo accoltella a morte la moglie. Il pm, Gabriella Marino, chiede 30 anni. Un giudice, Silvia Carpanini, riduce la pena a 16 anni, perché "l'uomo ha agito sotto la spinta di un sentimento molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile". Una riflessione pericolosa e pretestuosa. Cosa vuol dire non "umanamente incomprensibile"? Che la menzogna, l'infedeltà femminile meritano la pena di morte?

Curioso che due donne con compiti pubblici siano in tale contrasto. Evidentemente rappresentano due modi di stare al mondo: una docile e sottomessa alla cultura tradizionale ancora legata ai diritti del pater familias, e una consapevole dei cambiamenti e favorevole alla difesa dei nuovi diritti femminili.

Ha ragione l'avvocato della vittima, che parla di un ritorno al delitto d'onore che giustificava, piu o meno con gli stessi argomenti, l'uccisione di una moglie da parte del marito. L'aveva tradito, aveva in qualche modo offeso la sua dignità di uomo? Il castigo è in parte comprensibile. Come quando si giustifica lo stupro perché "la ragazza portava le gonne corte".

La realtà di un'Italia divisa in due, più che mai evidente in questi giorni di regressione storica e culturale, la troviamo in un'altra sentenza: quella del caso di Michele Castaldo che ha strangolato la moglie Olga Matei e anche lui ha avuto ridotta la pena perché "oppresso da una soverchiante tempesta emotiva e passionale".

Certo l'uccisione di una persona che si conosce bene e con cui si convive non può avvenire a freddo, come succede con uno sconosciuto. È normale che sia accompagnata da una "tempesta emotiva". Ma è proprio l'incapacità di reprimere le tempeste emotive che la legge condanna, quando portano alla soppressione di una vita.

Queste sentenze sembrano ignorare il clima che stiamo vivendo e le cronache dei tanti delitti in famiglia. Come non sapere che ogni due giorni c'è un uomo che uccide la moglie o la compagna? Come non sospettare che chi giudica condivida lo stesso senso di liceità dell'assassino?: io la amo e quindi la posseggo; è cosa mia e ne faccio quello che voglio.

Ma ogni possesso è schiavitù e ogni uccisione è un crimine. Eppure, ci sono ancora molte donne che hanno talmente introiettato il concetto di inferiorità di fronte al pater familias da considerare quasi normale e perdonabile che un uomo tradito abbia il diritto di vendicarsi col sangue. Siamo di fronte a un altro tristissimo segno della regressione di cui parlavo, che ha radici più profonde di quello che pensiamo e pesca nel torbido del nostro passato patriarcale.

 

 

 

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