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Le ombre che toccano la giustizia

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di Marcello Sorgi

 

La Stampa, 16 settembre 2017

 

Che Renzi sia risentito è naturale. Ma fa una certa impressione sentire un ministro assai pacato come Franceschini e un capogruppo arci-prudente come Zanda unirsi al grillo parlante del Pd Anzaldi, e denunciare tentativi di "colpo di stato", "complotti" e azioni di "enorme gravità istituzionale" commesse da un reparto dei Carabinieri.


Il caso Consip, e al suo interno il comportamento del capitano "Ultimo", oggi colonnello, al secolo Sergio De Caprio, e del suo collaboratore Giampaolo Scafarto, sorprendenti, purtroppo, lo erano da tempo. Incredibile semmai è che finora non sia accaduto nulla, pur essendo noto da mesi che Scafarto, con De Caprio e sotto la regia del sostituto procuratore di Napoli Henry John Woodcock, aveva manipolato i verbali di un'intercettazione telefonica, per dimostrare (anche se non era vero) che il padre di Renzi, Tiziano, si era incontrato con un imprenditore accusato di erogare tangenti in cambio di appalti (mercoledì il dirigente della Consip Marco Gasparri, reo confesso e pagato centomila euro, è stato condannato per questo). Riassumendo: due ufficiali dei Carabinieri, coordinati da un magistrato inquirente, avevano cercato di costruire prove rivelatesi false grazie al lavoro di altri ufficiali dell'Arma.
Ma mentre l'inchiesta nei loro confronti procedeva, nessun provvedimento cautelativo è stato preso nei loro confronti: anzi, uno dei tre, Scafarto, l'autore materiale della manipolazione, è stato pure promosso maggiore ("promozione automatica", per anzianità, è stato precisato).
Nel frattempo - si viene a sapere adesso - un'altra magistrata, la procuratrice di Modena Lucia Busti, nella primavera del 2015 aveva parlato con "Ultimo" e il suo braccio destro, ricavandone una strana impressione. Busti era stata incaricata di completare un'inchiesta connessa con il caso Consip, aperta dalla procura di Napoli sulla cooperativa emiliana "Concordia", e piovutale sulla testa per competenza territoriale. Ma quando i due carabinieri andarono a trovarla, si sentì messa sotto pressione e pensò di aver di fronte due esagitati "presi da un delirio di onnipotenza", uno dei quali, "Ultimo", continuava a dirle di averle messo tra le mani "una bomba" che toccava a lei "far esplodere", per arrivare "a Matteo Renzi". In questi termini, di recente, Lucia Busti s'è espressa rispondendo a precise domande dei membri del Consiglio superiore della magistratura e sollevando ieri una durissima replica del colonnello De Caprio contro lei stessa, Franceschini, Zanda e Anzaldi.
Seppure i dettagli forniti dalla procuratrice di Modena aggiungono elementi di inaudita pesantezza, tali da motivare reazioni politiche allarmate di tutte o quasi le forze politiche, la vicenda, insistiamo, era già chiara e nota da tempo in tutte le sue implicazioni: a cominciare, appunto, dal tentativo di tirare dentro uno scandalo Matteo Renzi, per interposto padre Tiziano, per farlo uscire con onta da Palazzo Chigi quando ancora era presidente del Consiglio. E se non si trattò tecnicamente di un golpe (in Italia, si sa, complice la nostra recente storia repubblicana, questo termine è un po' abusato), certo non può essere considerato normale che un magistrato e due ufficiali dell'Arma, ancorché "spregiudicati", come apparvero alla dottoressa Busti, mettano in pratica un'orchestrazione che punta a far cadere la testa del premier e appresso a lui il governo che presiede.
Così che sorge spontanea qualche domanda: perché, com'è avvenuto per i due carabinieri di Firenze macchiati dall'accusa di stupro delle due studentesse americane, anche Di Caprio e Scafarto non sono stati sospesi dal servizio? E prima ancora: perché un'indagine così delicata fu affidata al Noe, il nucleo specializzato che dovrebbe occuparsi dell'igiene dei ristoranti e delle contraffazioni alimentari? Vero è che in passato il dottor Woodcock ha svolto altre inchieste importanti avvalendosi della collaborazione dei vigili urbani (e non si trattava di indagini su problemi di traffico o di abusi edilizi), e vero è ancora che Ultimo, da giovane capitano, fu l'uomo che a Palermo nel '93 mise per primo le mani addosso a Totò Rina, il boss dei boss di Cosa Nostra. Ma cosa ha fatto in tanti anni per passare dall'Antimafia all'antisofisticazione e ritrovarsi a indagare, di sua iniziativa, sul capo del governo?
Sono questioni che andrebbero chiarite, stavolta magari più rapidamente. Il ministro di giustizia Orlando ha dichiarato che essendo in corso indagini giudiziarie non tocca a lui intervenire. Ma uno sguardo d'insieme sullo stato della Giustizia, e sul conflitto tra magistratura (non tutta) e politica (quasi tutta), forse dovrebbe darlo. Si accorgerebbe che negli ultimi giorni un suo collega e suo predecessore, Clemente Mastella, è stato assolto dopo nove anni dall'accusa di corruzione che gli costò il posto, fece cadere il secondo governo Prodi e trascinò il Paese alle elezioni anticipate nel 2008; che lo stesso è accaduto, con analoghe conseguenze per l'amministrazione di Venezia, all'ex sindaco Giorgio Orsoni; e che per la prima volta i conti bancari di un intero partito, la Lega Nord, sono stati sequestrati, mettendolo in condizioni di inagibilità, anche se la responsabilità materiale dei reati per cui il sequestro è avvenuto non riguardano gli attuali dirigenti del Carroccio.

 

 

 

 

 

 

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