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Le emergenze per l'Italia dell'infinito caos libico

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di Goffredo Buccini

 

Corriere della Sera, 10 aprile 2019

 

Il tappo rischia di saltare, e i molti sfollati ora in fuga da Tripoli potrebbero accrescere ulteriormente i flussi, rendendo inefficace la nostra politica dei porti chiusi. Più guerriglia che guerra, più milizie che eserciti, ma con una minaccia (per noi) più che reale, confusa nel polverone di queste ore. Il caos libico mostra certo contorni slabbrati oltre che tragici, improbabili quanto i leader che si contendono la scena: un premier inventato dall'Onu come Fayez Sarraj e uno stanco avanzo del gheddafismo come il generale Khalifa Haftar; due perfetti Re Travicelli, forti soprattutto nelle dichiarazioni roboanti e nei nomi delle assai pubblicizzate offensive e controffensive ("Vulcano di rabbia"...) per uno scenario dove tutti i grandi player internazionali hanno puntato un gettone.

E, tuttavia, tra i tanti giocatori di questa partita geopolitica ce n'è soprattutto uno che rischia di pagare pegno: l'Italia. Con gli scogli di Lampedusa a nemmeno 400 chilometri di distanza dai raid dei Mig sgarrupati, dalle faide e dai tradimenti tribali, dalle incursioni di bande male armate e male addestrate (reclutate con lo "schema Ponzi", scriveva qualche analista americano, riferendosi al noto metodo truffaldino che funziona finché qualcuno continua a prendervi parte credendo di trarne vantaggio), dovremmo forse essere i più attenti, poiché l'unica certezza di questa guerriglia sceneggiata è la destabilizzazione: e le conseguenze maggiori di una nuova instabilità del quadro libico incombono direttamente su di noi (anche Matteo Salvini, che definiva di recente la Libia un "porto sicuro", pare essersi convertito a una più opportuna cautela).

Un rapporto di pochi mesi or sono dell'Alto Commissariato per i diritti umani e della Missione di supporto dell'Onu contiene numeri e racconti che dovrebbero indignare tutto il cosiddetto Occidente civilizzato ma suonare, specie per noi, anche come un campanello d'allarme. Il dossier Onu stima che si trovi in territorio libico "un numero di stranieri compreso fra i 700 mila e il milione" (di cui un 10 per cento di minori, metà dei quali non accompagnati), in buona misura subsahariani. Parte di questa umanità dolente è rinchiusa dentro campi di detenzione ufficiali e clandestini, i primi gestiti direttamente da uomini del governo e i secondi da bande di trafficanti. I metodi, tuttavia, cambiano poco, secondo l'Onu, che si basa su 1.300 sconvolgenti interviste di prima mano raccolte tra gennaio 2017 e agosto 2018: poiché anche i campi "regolari" sono lager dove spesso funzionari del ministero degli Interni libico agiscono come kapò; e in tutti i campi si muore di fame, di botte e di setticemia, lo stupro non risparmia neppure le donne incinte ed è abituale quanto la tortura dei prigionieri in videochiamata con i loro parenti lontani per ottenere riscatti più alti; la schiavitù è pratica diffusa e giustificata da una legge coniata da Gheddafi che fa considerare schiavi i migranti illegali. Una comunità internazionale appena decente interverrebbe, come non fece per tempo nella ex Jugoslavia, per fermare ciò che va configurandosi come un nuovo genocidio. Naturalmente non accade nulla del genere e, anzi, assai a lungo, tutti abbiamo finto di non sapere cosa succedesse dall'altra parte del Mediterraneo, confortati dal fatto che i kapò nei lager e i pirati travestiti da guardia costiera sulle spiagge servissero a fermare l'onda di migranti che da anni minaccia di riversarsi sull'Europa. Gli eventi attuali rischiano di far saltare il tappo e i molti sfollati ora in fuga da Tripoli potrebbero accrescere ulteriormente flussi che di colpo diverrebbero imponenti, rendendo la nostra politica dei porti chiusi efficace come un pezzo di nastro adesivo nel crollo di una diga.

Ma c'è un secondo pericolo, più sottile, ed è il radicalismo islamista. A dispetto dei proclami di laicità del generale Haftar, i suoi ranghi sono rimpinguati dagli unici combattenti davvero motivati: i madkhalisti. Si tratta di salafiti (i più intransigenti conservatori) organizzati dal saudita Rabi al Madkhali, nemici della democrazia e dell'Occidente. Si dice che i figli di Haftar comandino a Bengasi due brigate salafite. Ma i madkhalisti sono trasversali: militano anche nelle schiere di Sarraj a Tripoli e infiltrano la municipalità del terzo attore di questa rappresentazione, la potente città di Misurata. In realtà giocano in proprio. Non ci si spinge troppo lontano immaginando che i tre tronconi, finita la guerra zoppa di Haftar e di Sarraj, potrebbero trovare facilmente domani un ubi consistam sotto l'egida di Medina, la città saudita da cui arrivano i loro copiosi finanziamenti. La nuova stabilizzazione prenderebbe allora la forma di una teocrazia, a poche ore di gommone da casa nostra. Una prospettiva che, con la Nato minata da Trump, l'Onu pleonastica quanto la vecchia Società delle Nazioni e l'Ue al solito catatonica, dovrebbe togliere il sonno ai nostri governanti ben più di qualche baruffa con Macron.

 

 

 

 

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